URBANISTICA MODERNA: LE ORIGINI

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di Filippo Salvatore CARLO

Le origini dell’ urbanistica moderna si potrebbero ricercare in alcune sistemazioni urbanistiche barocche, soprattutto in alcune composizioni della prima metà del ‘700, (possiamo pensare ai viali di Versailles, alla raggiera disegnata dai giardinieri reali ai Campi Elisi o alle piazze reali di Parigi) oppure potrebbero essere individuate nelle ammirate sistemazioni del tardo ‘700 inglese (nel Circus e Royal Crescent di Bath, nei celebri squares londinesi o ancora più tardi in Rue de Rivoli a Parigi o Regent’s Street a Londra), ma la raffinatezza e la sontuosità di questi ultimi prodotti della tradizione classica nascondono in realtà il distacco ormai totale ed evidente dai problemi della nuova città precludendo effettivamente ogni contatto tra questa tradizione e l’ambiente e le idee che si vanno definendo per effetto della rivoluzione industriale ed in parte per la rivoluzione francese.

Robert OWEN (1771-1858)

Le vere origini dell’urbanistica moderna vanno quindi individuate negli inevitabili interventi riparatori degli squilibri dei primi decenni dell’ottocento conseguenti a trasformazioni economiche e sociali prodotte dalla rivoluzione industriale. Bisognava rimediare alla trasformata distribuzione degli abitanti (sempre più numerosi) sul territorio e alle carenze dei nuovi insediamenti: le famiglie che abbandonavano la campagna e affluivano negli agglomerati industriali erano alloggiate o negli spazi vuoti disponibili entro i quartieri antichi, o nelle nuove costruzioni erette alla periferia, che presto si moltiplicarono; inoltre la qualità dei nuovi alloggi come anche i salari e gli orari di lavoro in officina era la peggiore che le famiglie operaie fossero disposte a sopportare.

La costruzione di nuove case e l’adattamento di quelle esistenti era opera di speculatori privati, si passa cosi dalle particolari “abitazioni” di Manchester ai successivi cottages.

L’addensamento e l’estensione senza precedenti dei quartieri operai rendono impossibile lo smaltimento dei rifiuti e quindi inevitabili le carenze igieniche.

Questo stato di fatto, questo quadro caotico, era poi continuamente modificato e accresciuto dalla trasformazione e dall’ampliamento delle officine e con queste ultime delle case operaie.

Le origini dell’urbanistica moderna vanno allora viste nel momento in cui questi fatti sono già presenti e provocano il disagio e la protesta delle persone coinvolte.

In tal senso l’urbanistica agisce come un provvedimento per ovviare alla situazione difficile creatasi : ” la tecnica urbanistica si trova in ritardo, rispetto agli avvenimenti che dovrebbe controllare, e conserva il carattere di un rimedio applicato a posteriori”.

I primi tentativi per correggere i disagi della città industriale appartengono o agli utopisti, ossia coloro che ritenevano di dover contrapporre alla città esistente nuove forme di convivenza ricominciando da capo in base alla pura teoria; oppure agli specialisti e ai funzionari che introducono nelle città nuovi regolamenti igienici e nuovi impianti, tentando cosi di risolvere separatamente i singoli problemi e di rimediare ai singoli inconvenienti.

Anche condividendo, da parte mia, più l’opera e le proposte di questi ultimi come rimedio ai mali della città non posso non rilevare ed apprezzare il ruolo svolto in questo settore dai cosiddetti utopisti socialisti come Owen, Sain-Simon, Fourier, Cabet, Godin, che accusavano tragicamente la scomparsa delle passate condizioni di natura, l’asservimento degli uomini al profitto e l’immiserimento delle masse lavoratrici.

La loro critica è una critica globale della società industriale e i mali urbani denunciati risultano la conseguenza di quelli sociali, economici e politici, tuttavia nelle loro proposte non tengono conto di tale correlazione e al caos che intravedono nella città industriale contrappongono programmi di organizzazione urbana arbitrariamente costruiti attraverso l’immaginazione.

Nella gran parte dei casi, infatti, le loro teorie conducevano ad ipotizzare un futuro assetto sociale che rappresentava una vera e propria utopia: una comunità umana, ordinata secondo criteri varianti da autore ad autore, avente come caratteristica comune la raggiunta felicità dei suoi componenti, in un ambiente in cui regnano sovrane eguaglianza, giustizia e solidarietà. Queste comunità ideali si basavano su dei modelli di convivenza, anche essi di ordine utopistico, che si volevano contrapporre a quello dominante, e cioè al modello urbano del diciannovesimo secolo.

Ne deriva quindi che la gran parte dei socialisti utopisti può essere considerata ostile alla città, la quale veniva intesa come luogo di sfruttamento, di corruzione, di ingiustizia.

Il primo vero utopista francese fu Charles Fourier. Nelle idee di costui alcuni elementi di natura sicuramente progressista (parificazione dei sessi, educazione vocazionale, razionalizzazione della produzione) si accompagnano ad altri che non è ingiusto definire di natura reazionaria (difesa dell’eredità, della proprietà privata, conservazione di alcune disuguaglianze). In un certo senso è da annoverare tra questi anche la concezione organica e globale che Fourier aveva dell’individuo, della sua irripetibile particolarità, della sua personalità da difendere e da sviluppare. La parte per noi più rilevante del pensiero di Fourier è comunque la descrizione del luogo destinato ad ospitare il suo modello di società, la falange. Egli fissa innanzitutto le dimensioni numeriche di questa comunità: 1600 persone, con un terreno coltivabile di circa 5000 acri. Tali cifre furono stabilite immaginando di attuare una normale distribuzione delle attività lavorative, in modo da accontentare tutti i gusti. Il luogo materiale in cui dovevano risiedere queste persone fu chiamato falansterio: si trattava di un grande edificio, o gruppi di edifici, con tutti i servizi in comune.

 In omaggio però alla sua considerazione dell’individualità umana, Fourier consentì a che ogni famiglia fosse libera, volendo, di starsene per conto proprio, nel suo appartamento, invece di usufruire dei servizi comuni, quali la mensa o i luoghi di svago.

Una certa varietà di foggia e di dimensioni fu pure prevista  per questi appartamenti: evidente la preoccupazione di non creare un alveare, la cui uniformità venisse a violare le diverse aspirazioni della natura umana. Sebbene in Fourier non si trovino attacchi espliciti alla vita della città, lo stesso fatto di proporre un simile tipo di comunità è indice, a mio avviso, di antiurbanesimo: se egli avesse riposto fiducia nella città come luogo di convivenza, non avrebbe avuto bisogno di cercare altri modelli destinati ad ospitare la società; al più avrebbe proposto delle modifiche, dei progetti di riforma delle città esistenti.

Un critico della città industriale più spietato di Fourier e dei suoi seguaci fu l’inglese Robert Owen. Ciò anche in conseguenza della maggiore  industrializzazione e urbanizzazione che registrò l’Inghilterra ai primi dell’ottocento rispetto alla Francia e agli altri paesi europei. Owen inoltre visse a stretto contatto con il mondo dell’industria, in quanto diresse dapprima una fabbrica a Manchester e poi una famosa filanda a New Lanark. In questa sua attività egli potè constatare le inadeguatezze dell’ economia affidata alle pure leggi del mercato nel dirigere la società umana verso il soddisfacimento delle più elementari esigenze vitali. Da tale constatazione egli prese spunto per attuare un tipo di riformismo illuminato all’interno dell’azienda che dirigeva: ridusse le ore lavorative, migliorò le abitazioni degli operai, istituì un moderno sistema scolastico educativo per i figli dei lavoratori. Col tempo poi giunse a formulare una teoria globale di ristrutturazione sociale. L’unità basilare di questo progetto era il “villaggio della cooperazione”. In una prima versione si trattava essenzialmente di un sistema di fattorie collettive; in seguito la produzione industriale acquistò maggiore importanza nell’economia del piano. Nella mente di Owen questo sistema di villaggi doveva divenire uno strumento di rigenerazione universale, grazie al quale si sarebbe potuto liberare rapidamente il mondo dal sistema del profitto basato sulla concorrenza e convincerlo a vivere su una base di reciproca collaborazione. Ma in questo, come nel pensiero di tutti i socialisti utopisti, si ritrova traccia di quell’ingenuo ottimismo che pensava di poter risolvere ogni problema con la semplice arma della convinzione. Owen era fermamente persuaso dei vantaggi del suo progetto al punto che scrive un libro “The Life of Robert Owen, written by himself” nelle cui pagine si sofferma a definire i vantaggi del vivere nei “villaggi della cooperazione” che definisce “centri di abbondanza, buon senso, educazione e felicità” e gli inconvenienti delle città industriali dei suoi tempi, chiamandole “centri di miseria, vizio, crimine e fame.

A proposito della struttura materiale del villaggio c’è da dire che essi sarebbero stati autosufficienti e si sarebbero scambiati fra loro solo le eccedenze dei propri prodotti.

In essi era previsto un rigido sistema logistico, secondo il quale molti servizi, come la cucina e la mensa, erano in comune, in un edificio centrale (palese la somiglianza con Fourier). Altre costruzioni erano destinate ad ospitare il giardino d’infanzia, la sala delle conferenze, il luogo riservato al culto, ecc.

Ciò che più mi colpisce in questi autori non è tanto il fatto che essi abbiano previsto tutti questi servizi (si tratta in fondo dei normali servizi pubblici di cui è dotato ogni quartiere cittadino), ma è piuttosto la precisione con cui essi fissarono, per ogni loro “comunità ideale”, il luogo in cui tali servizi dovessero essere dislocati, secondo Owen ad esempio, il luogo del culto doveva trovarsi in una sala al primo piano dell’edificio sulla destra di quello centrale.

Riguardo alla struttura della società Owen era contrario all’istituto del matrimonio e alla vita familiare, scostandosi nettamente anche su questo punto dalle idee di Fourier. A ogni coppia convivente, nelle sue comunità, era consentito di allevare un massimo di due figli, fino all’età di tre anni. Dopo tale età i bambini sarebbero stati trasferiti in dormitori comuni, assieme a coloro che, pur non avendo ancora questa età, erano nati in un nucleo familiare che già comprendeva due figli. A parte l’aspetto paradossale di questo progetto, in esso è da vedersi la superiorità che Owen attribuiva a una vita pienamente comunitaria. Sul piano pratico egli dovette subire delle profonde delusioni, che pero’ non incisero sul suo ottimismo circa la bontà intrinseca del sistema. Un primo fallimento di “villaggio della cooperazione” si registro’ negli Stati Uniti, a New Harmony, nell’Indiana, dove egli si era recato nel 1824 per realizzare i suoi progetti.

Anche un secondo tentativo non ebbe sorte migliore.

Alcune altre utopie di questo periodo non possono essere considerate nella sostanza antiurbane, ma piuttosto vanno viste come dei tentativi di migliorare, di razionalizzare le strutture metropolitane. E’ il caso di Icaria, l’utopia di Etienne Gabet.

Questa comunità ideale è immaginata per un milione di abitanti, anche se in una sua realizzazione concreta non conterà che 1500 anime. Essa si basa economicamente sulla produzione industriale, ed è il frutto delle più moderne tecniche scientifiche. Ciò che principalmente la distingue dalla città francese del suo tempo è la socializzazione dei mezzi di produzione che in essa è avvenuta. Altre differenze sono date da alcune caratteristiche tipiche di ogni utopia: così ad esempio, tutti gli icariani devono essere vestiti allo stesso modo. Appare chiaro comunque che qui non è sotto accusa la città in se stessa, ma la sua deformazione in senso capitalista. Questa interpretazione del fenomeno urbano sarà tipica anche del marxismo. L’opera di Marx ed Engels infatti si scosta nettamente dalle teorie dei socialisti utopisti. Essi riconoscono la miseria delle città dei loro tempi, veri e propri centri di alienazione e di corruzione. Anzi, Engels, in “La situazione della classe lavoratrice in Inghilterrra”, descrive lo stato infelice in cui tale classe versa nelle grandi città inglesi, tanto da essere definito il fondatore della sociologia urbana. Ma questa denuncia si accompagna, nei due pensatori tedeschi, alla consapevolezza del ruolo rivoluzionario svolto dalla città e dai suoi abitanti nel corso dei secoli. I borghesi scalzarono l’aristocrazia feudale partendo dalla città. Il proletariato scalzerà la borghesia partendo dagli squallidi quartieri cittadini in cui è stato relegato. La rivoluzione partirà dalle città, dal proletariato urbano, e non dalle campagne, per il fatto che il sistema di produzione capitalistico ha enormemente ridotto l’importanza dell’agricoltura e dell’allevamento in rapporto a quella della produzione industriale. La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città, compito del proletariato, una volta giunto al potere, sarà riequilibrare le sorti della campagna. Il che però non significa, come alcuni hanno inteso, la creazione di città-giardino o di altre comunità sparse nel verde; il riequilibrio va piuttosto interpretato da un punto di vista demografico, economico e culturale. Dunque, tutto sommato, si può dire che il socialismo scientifico, col suo apparire, ha invertito la tendenza dominante presso il socialismo utopistico a considerare le strutture urbane negative in sé, portando ad una concezione della città come fattore di rivoluzione e di progresso.

In merito poi alle sopra citate città-giardino, anche se possono essere non condivise emanano il fascino della proposta dell’inglese Ebenezer Howard che con questo nome intendeva differenziare la sua idea dal comune concetto di città. Lo scopo di questa proposta, apparsa nel 1898, è infatti di combinare i vantaggi offerti dalla vita cittadina con quelli offerti dalla vita in campagna. Il luogo in cui ciò si deve realizzare consiste in un complesso destinato ad una popolazione di 32000 abitanti circa; ha forma circolare e il sistema stradale è radiocentrico. Le zone residenziali sono divise le une dalle altre da fasce di verde; le industrie sono ubicate al confine della città, in direzione della campagna, e lungo tutto il perimetro corre una strada ferrata, destinata appunto a soddisfare le necessità industriali. In questo modo il traffico pesante è mantenuto al di fuori delle zone residenziali. Come si vede Howard non era contrario alle novità portate dal progresso, ma anzi intendeva servirsi di esse per realizzare il suo piano urbanistico. Egli non prevedette la possibilità di sviluppo per la sua città-tipo: le dimensioni sarebbero dovute rimanere costanti; nel periodo in cui scriveva la città stava espandendosi a macchia d’olio,e le periferie si rivelavano come i luoghi più tristi e inumani dell’ intera superficie metropolitana. Egli cercò dunque di risolvere il problema in continuo incremento urbano con la costruzione di sempre nuove città autosufficienti e di dimensioni limitate.

La città-giardino ebbe anche dei tentativi di realizzazione, ma il risultato non corrispose però a quelle che erano le idee howardiane. Esistevano carenze comuni a tutti i tentativi di comunità ideali che per forza di cose devono essere realizzati isolatamente mentre nella mente dei loro ideatori si trovano inseriti in un contesto ad essi adeguato.

Il problema urbanistico è quindi un problema tecnico, politico, sociale ed economico allo stesso tempo e ognuno di questi fattori non può prescindere dagli altri, lo è stato ai tempi degli utopisti e lo sarà, secondo me, sempre.

Non condivido pienamente il giudizio del Benevolo nell’attribuire alla critica marxista il divario tra urbanistica e teoria politica verificatosi dopo il ’48; l’analisi che Marx ed Engels compiono della società capitalistica ha il pregio di dimostrare che i problemi sono molto più complessi di quanto gli utopisti supponessero e che occorre individuare le contraddizioni interne alla società per prefigurarne una di tipo diverso. Ovviamente, non è sufficiente modificare i rapporti economici e sociali perché quelli spaziali risultino automaticamente corretti; tuttavia, la modifica dei rapporti spaziali è uno dei modi non separabile dagli altri per attuare le finalità della politica.

Il racconto delle difficoltà e delle sconfitte incontrate dai promotori delle utopie ottocentesche fa pensare a una somma di energie perdute; gli insuccessi sul terreno concreto sembrano confermare il duro giudizio teorico espresso su di loro dagli scrittori marxisti. In realtà, invece, le schematiche descrizioni di Owen, di Fourier, di Cabet formano anche il gran serbatoio di idee da cui muoveranno in seguito le esperienze urbanistiche del periodo successivo, fino ad oggi.

E’ impressionante la somiglianza di alcune loro proposte con certe soluzioni dell’architettura moderna, basti pensare al numero di abitanti previsto nel parallelogramma di Owen (1200) o nel Falansterio di Fourier (1620) che è molto vicino a quello dell’unité d’habitation di Le Corbusier, oppure alla densità indicata da Owen (un acro per abitante) che è la stessa indicata da Wright per Broadacre City o ancora agli impianti centralizzati, ai cortili attrezzati, alla rue intérieure, alla circolazione carrabile a pian terreno.

All’utopia, dunque, può essere riconosciuto un ruolo positivo, in quanto stimolo alla sperimentazione e al controllo in funzione della città la cui forma cresce secondo un progetto sempre aperto in cui sono consentiti aggiustamenti e ridefinizioni che evidenziano un equilibrio temporaneo e non conclusivo, risultante dalle modifiche apportate dalla storia, mediante il continuo intervento dell’uomo.

L’intervento dell’uomo poi deve essere intervento di tutti gli uomini e non deve essere delegato solo agli esperti, i quali devono intervenire in un confronto politico, economico e sociale, per procedere ad una trasformazione della società che coinvolge l’assetto dell’ambiente che l’uomo crea intorno a se.

Bibliografia
– Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna, Laterza 1998.



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