UNA “COSA” MOLTO ANTICA

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di Ted Bremner – University of New Brunswick, Canada

Dai romani una lezione di civiltà: come re-impiegare scarti di altre lavorazioni per costruire opere durabili. 

Cosa è una località sul Mar Tirreno in Toscana, in prossimità del Monte Argentario. Nell’antichità il suo porto, costruito dai Romani (Portus Cosanus), svolse un ruolo di grande importanza per l’attività della pesca in relazione all’allevamento realizzato nell’adiacente laguna naturale sulla quale sorge Orbetello. 

Nell’area del porto di Cosa esistono ancora alcune antiche strutture (Fig. 1) destinate in passato a diverse funzioni. La più grande di queste strutture, attualmente tutta sommersa dall’acqua di mare, fungeva da frangiflutti. Su questa struttura, furono, costruiti due dei cinque grandi moli in calcestruzzo ancora esistenti a distanza di oltre due millenni. Inoltre, tre muri in terrapieno (due dei quali a struttura poligonale) si spingevano dalla costa verso il mare per alcuni chilometri. L’insieme di queste costruzioni formava un ingegnoso sistema di canali che collegavano al mare la laguna naturale riservata all’allevamento dei pesci. 

Per i lettori appassionati di archeologia si può segnalare un libro (347 pag.) proprio destinato all’attività commerciale del porto di Cosa: The Roman Port and Fishery of Cosa – A Center of Ancient Trade di A.M.McCann ed altri ricercatori pubblicato dalla Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1987. 

Certamente, da un punto di vista squisitamente estetico, ciò che rimane di quelle strutture è di secondaria importanza soprattutto in un paese come l’Italia così ricco di straordinarie costruzioni, talvolta ancora integre come il Pantheon. Ciò che rimane delle strutture portuali di Cosa è ben poco per l’abbandono delle attività originali nei secoli successivi. L’obiettivo di questo articolo, tuttavia, è quello di esaminare alcuni aspetti riguardanti la scelta dei materiali e la straordinaria durabilità del materiale delle strutture di Cosa che possono essere sicuramente catalogate nella categoria dei calcestruzzi leggeri ad alte prestazioni (HPLC, High Performance Lightweight Concrete). 

Fig. 1 - Strutture residue dei moli del Porto di Cosa.

I cinque moli in calcestruzzo (larghi 7 m, lunghi 5 m ed alti 5 m) furono costruiti nel 237 AC. La loro esistenza fino ai nostri giorni testimonia l’abilità e le conoscenze tecniche di questi antichi costruttori, i quali impararono a trasportare anche per lunghe distanze gli ingredienti necessari per produrre calcestruzzi dotati di durabilità a lungo termine.
 Nella costruzione di questi moli si possono riconoscere due tipi di calcestruzzo entrambi a base di calce-pozzolana come legante ed entrambi con aggregati leggeri (Fig. 2): nello strato inferiore del calcestruzzo, parzialmente sommerso in acqua, furono impiegati, come aggregati naturali leggeri, tufi provenienti da un’area vulcanica a 60-80 km a nord-est di Cosa; nel calcestruzzo dello strato superiore, tutto fuori acqua, furono impiegati, come aggregati artificiali leggeri, rottami di anfore (Fig. 3), presumibilmente scarti di lavorazione di un impianto locale per la produzione di contenitori ceramici destinati al trasporto del vino.
L’impiego di aggregati leggeri – naturali o artificiali – fu tenuto in grande conto dai costruttori Romani per ridurre i carichi in servizio derivanti dal peso proprio della struttura (si pensi al Pantheon) o, come per il Porto di Cosa, per alleviare la fatica nel trasporto e messa in opera dei materiali. 

Fig. 2 - Sezione del molo verso ovest nel Porto di Cosa (A.M. McCann et al, opera citata nel testo).

Inoltre, dallo studio dei calcestruzzi del Porto di Cosa emerge un altro importante aspetto della civiltà dei Romani: la capacità di riciclare materiali di scarto di altre lavorazioni (nel caso specifico rottami di anfore) per la costruzione di opere durabili, un tema questo di grande attualità nel mondo moderno. 

Un’altra importante considerazione sulla scelta dei materiali riguarda l’origine della pozzolana impiegata nelle strutture del Porto di Cosa: un esame comparato (eseguito dall’Università della Pennsylvania) sulla pozzolana presente nei moli del Porto di Cosa e su quella utilizzata nelle costruzioni di Pozzuoli ha evidenziato che si tratta di materiale lavico proveniente dalla stessa area. Si deve quindi concludere che i costruttori del Porto di Cosa non si fermarono davanti alle difficoltà di un trasporto per alcune centinaia di chilometri da Pozzuoli a Cosa, per utilizzare quella pozzolana che già a quell’epoca godeva fama di materiale indispensabile per le opere a lunga durabilità.  

Fig. 3 - Dettaglio del calcestruzzo nello strato superiore del molo con i rottami di anfore impiegati come aggregati leggeri.

La straordinaria durabilità a lungo termine delle strutture in calcestruzzo a base di calce-pozzolana riceve una conferma dalle opere portuali di Cosa: i moli, pur essendo continuamente immersi in acqua marina ed esposti alle sollecitazioni fortemente abrasive derivanti dal moto ondoso in presenza della sabbia e della ghiaia della costa, hanno conservato sostanzialmente le dimensioni originali dopo oltre 2000 anni dalla loro costruzione. 

 Enco Journal n.9 – 1998

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