L’eredità architettonica anonima fra storia arcaica e storia presente. Orli estremi di qualche civiltà sepolta

Si è inaugurata presso Palazzo Coiro a Castelmezzano, la mostra di Domingo Milella, Orli estremi di qualche civiltà sepolta, organizzata da The view from Lucania – Laboratori di fotografia, e da 3/3 – Studio di ricerca sull’immagine fotografica.
TVFL si rivolge al sud Italia e sceglie la Lucania come luogo d’elezione per via della morfologia di questa regione e del rapporto molto forte che si riesce ad instaurare con i luoghi, 3/3 si occupa della  realizzazione di progetti fotografici e della divulgazione degli stessi in ambito nazionale e internazionale. All’inaugurazione della mostra, segue una tavola rotonda con Domingo Milella e Michele Cera dal titolo  “L’eredità architettonica anonima fra storia arcaica e storia presente“, in cui si analizzano luoghi che hanno un rapporto molto forte con la storia, ma proprio perchè meno conosciuti, interessanti.

“L’ illetterato del futuro sarà colui che non saprà leggere le immagini”

 

 

Domingo Milella (1981) vive tra Bari e New York e sviluppa la sua attenzione di fotografo, verso l’ambiente che lo circonda, disegnando percorsi nel territorio che abbia delle fisionomie affini alle sue ricerche. Michele Cera (1973) è uno dei fotografi italiani che si relazionano con il paesaggio e che ha incentrato il suo lavoro sull’indagine degli insediamenti umani e sul legame che intercorre tra figura umana e quell’ambiente che definisce “fragile“.

Scelta essenziale quella di non illuminare la mostra, così che la luce naturale digradante la possa far vivere (la stessa tavola rotonda si svolgerà in un ambiente privo di luce). La mostra rimanda  a dei concetti più ampi – sostiene Milella, che cita Pasolini nel ricercare una relazione con il tempo – oggi la fotografia deve sedurre e c’è una sottile dittatura degli stereotipi, invece essa, deve indurre una riflessione.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’esperienza di una foto tramite cellulare rende privata e quasi claustrofobica la realizzazione di un’immagine, mentre fotografare Castelmezzano e l’antistante Pietrapertosa è un’esperienza opposta e diversa. Castelmezzano, circondata dalle Dolomiti lucane, è un luogo di resistenza e di pensiero e la scrittura della montagna è scrittura dei limiti, perchè “oros” significa montagna, ma anche confine.  Parlare di orografia significa parlare di scrittura degli orizzonti. Castelmezzano rappresenta un’idea di come si possa abitare il paesaggio. Si tratta di un paesaggio etico, di un posto dove abitare. Questo si ricollega al lavoro  stesso di Milella che riguarda l’idea della ricerca di una relazione con il tempo, egli vuole trovare un modo per abitare il presente (e del resto Heidegger sostiene che abitare sia la manifestazione più elementare della presenza  dell’uomo sulla terra) e questo richiede momenti successivi per trovare delle risposte.

 

 

 

 

 

 

 

Castelmezzano è paragonabile a diversi luoghi per le similitudini che Domingo Milella scopre, mediante immagini che realizza con una macchina di grande formato. Ad esempio un geroglifico ittita riportato su una roccia, rappresenta il modo di scrivere, di incastrare nella pietra una storia, e in questa immagine si intravede una analogia con Castelmezzano che egli legge incastrata a sua volta nella montagna al pari di Ankara che, rimanda a questa relazione e  a questa scrittura.

L’immagine di Tlatelolco, Piazza delle Tre Culture, a Città del Messico – una delle prime foto di Domingo Milella – concretizza fisicamente questa tensione di un’identità piena di contraddizioni: qui s’incontrano tre frontiere culturali, quella Azteca, quella del periodo coloniale e quella del moderno Stato del Messico come se fossero lì per raccontare la loro storia, e allo stesso tempo quell’incontro fra storia arcaica e presente  che si manifesta nella forza di un’esperienza collettiva che sopravvive a volte solo nelle complesse stratificazioni di luoghi come questo, che si fanno emblema di una civiltà estesa, di una comunità globale fatta di lontani, atavici, legami che si fondano sulla tradizione e il radicamento al proprio territorio” (3/3).

 

 

 

 

 

 

 

Milella asserisce di essere contro il modo in cui le immagini obbligano l’immaginario. Un tema molto importate è quello dei cimiteri che sono degli archetipi culturali molto forti e sono una spiegazione semplicistica dei modelli delle civiltà. Invece Michele Cera racconta perchè molto spesso quando i fotografi si incontrano, parlano solo di macchine fotografiche. Questo avviene perchè in fotografia, la macchina è fondamentale, ma altrettanto fondamentale è il problema del linguaggio. Il fatto che Milella utilizzi delle lastre, rappresenta una scelta precisa come pure quella di non fare molte fotografie. Il grande formato rappresenta una scelta basilare nella strutturazione del discorso che è semplice, ma che ha a che vedere con una maniera di fotografare più lenta. La macchina in fotografia è determinante. La possibilità di utilizzare un apparecchio che implichi uno sforzo è, secondo Cera, simile all’approccio ottocentesco che postulava una fatica nella realizzazione della foto. Così realizzare un workshop a Castelmezzano richiede sforzo, lo stesso che si domanda allo spettatore per guardare le foto con poca luce. Allora la decisione di non avere previsto un’illuminazione artificiale, rappresenta una scelta molto precisa. Anche venire a Castelmezzano implica una fatica. L’accessibilità e la facilità condizionano l’immagine.

 

 

 

 

 

 

 

Oggi secondo Cera, la comunicazione è legata all’idea che le immagini debbano essere convincenti, mentre nella poetica di Milella vi è l’idea di proporre delle immagini semplici. C’ è una tendenza diffusa a prevedere immagini originali, invece le immagini sono imparentate l’una con l’altra. Lavorare con un’immagine modulare, presuppone l’idea di interagire con connessioni ampie. La tradizione documentaria si inserisce in questa idea e del resto lo stesso Walker Evans si chiedeva se le sue stesse immagini potessero essere considerate delle opere d’arte.  Milella si inserisce nel solco di questa tradizione fotografica e considera pericolosa la suadenza dell’immagine.

Al pari di Cera (co-fondatore di Documentary Platform, un archivio visuale che rifugge dall’estetica), non ricerca il sensazionale, ma vuole solo dei documenti diretti. Egli è intrigato dai perchè e ritiene che la fotografia sia un incidente di vari momenti e che si debba lavorare per arrivarci. Una fotografia documentaria deve essere essa stessa documentata, collocata nel tempo e nello spazio (Beaumont Newhall). Essa, secondo Berenice Abbott, deve essere la più grande possibile perchè siano più precisi i particolari e più ampia la documentazione. Una fotografia grande, sempre secondo Newhall, può essere letta, non è soltanto illustrazione, è una vera e propria fonte di informazione. E del resto, conclude Milella, l’illetterato del futuro sarà proprio colui che non saprà leggere le immagini.

DOMINGO MILELLA
“Orli estremi di qualche età sepolta”
“Outer edges of some buried age”

3 Sept-3 Oct 2011
Castelmezzano, Palazzo Coiro

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