Carceri a misura d’uomo. Da edilizia penitenziaria ad architettura penitenziaria, un nuovo modello di detenzione integrato con la città

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Un interessante progetto di ricerca di Antonio Labalestra e Annarita Digiorgio dedicato al tema dello spazio architettonico carcerario.

Per tutto il Settecento, i modelli a cui si sono ispirate le prigioni sono stati due: il carcere di Newgate a Londra del 1770 e l’organismo a bracci radiali, la Maison de Force a Gand del 1772. Un tema progettuale, quest’ultimo, ripreso poi da teorici come Jeremy Bentham con il Panopticon del 1791, fondato sull’idea di una visione circolare che consentisse di sorvegliare i detenuti, senza che questi se ne potessero accorgere. Ad essi restava la consapevolezza di essere osservati.Questo modello sarà declinato in numerosi esempi di carceri, a cui faranno seguito quelli ottocenteschi. Queste tipologie, non hanno mai tenuto conto del detenuto come persona. La detenzione resta pur sempre una condizione innaturale, che molto spesso degenera in comportamenti violenti o autolesionistici. I recenti fatti di cronaca, hanno dimostrato come la situazione nelle carceri italiane, causata principalmente dal sovraffollamento, sia arrivata al limite della tollerabilità, sfociando in violenze e disagi difficilmente contenibili. Per porre rimedio a questa situazione, è stato approvato il Piano Carceri, con cui si cerca di dare una risposta all’inadeguatezza della capienza degli istituti di pena. In esso non sembrano esserci caratteri di innovazione rispetto il passato. La limitazione dello spazio fisico, deve consentire la vivibilità ed è necessario rimettere al centro la qualità della progettazione dello spazio architettonico.

Questo tema viene affrontato per la prima volta nell’ambito di un progetto di ricerca volontario, intitolato “Carceri d’invenzione”, avviato presso la facoltà di Ingegneria del Politecnico di Bari. Promotore è Antonio Labalestra, storico dell’architettura, già professore a contratto presso lo stesso Politecnico, che vuole tentare di colmare un vuoto fondamentale nel panorama della progettazione in Italia. Basti pensare che nel Manuale dell’Architetto di ridolfiana memoria, non esiste una scheda dedicata ai parametri progettuali dell’architettura penitenziaria. Tra i responsabili scientifici, figura anche Annarita Digiorgio che assieme ai Radicali si batte per difendere la dignità umana e i diritti dei carcerati. A questo proposito è già stata aperta una pagina facebook dedicata all’argomento, visitabile cliccando qui, che ha raccolto in pochi giorni moltissime adesioni.

Costruzioni.net, ha incontrato il giovane ricercatore per capire meglio in cosa consista il suo progetto:

Caterina Rinaldo –  Come nasce il progetto Carceri d’invenzione ?

Antonio LabalestraNasce un po’ per caso un po’ volutamente, ma principalmente da una chiacchierata con Annarita Digiorgio. Da tempo i Radicali portano avanti questa battaglia e, un anno fa, hanno organizzato una tavola rotonda attorno alla quale hanno riunito diversi professionisti invitando alcuni architetti, tra cui Luca Zevi. Da questa concertazione, è emerso che non esiste una cultura nella progettazione delle carceri. Nessuno ha mai progettato un carcere con caratteristiche tipologiche, ponendo attenzione alla qualità degli spazi. Spesso in Italia, la progettazione tecnica degli istituti di pena, viene demandata a dei progettisti che non si sono confrontati con questo tema e non c’è un investimento economico da parte del Governo. Questo va discapito della qualità dello spazio progettato.

C.R.  Da quello che mi sembra di capire, intendi costituire una letteratura specifica sull’argomento, al pari di quella in via di formazione che caratterizza altri temi progettuali a stretto contatto con il sociale. Ci sono stati degli studi a cui hai fatto riferimento ? In che direzione si è mossa la tua ricerca ?

A. L. Dal punto di vista dei riferimenti  teorici, proprio perché non c’è interesse, gli studi specifici sono pochi o scarsi, cosa che non avviene in altri settori. In giurisprudenza ci sono degli studi riguardanti le implicazioni legali su questo tema. Il primo obiettivo allora, è quello di costituire una letteratura scientifica di riferimento che si allarghi ad altri richiami culturali legati a questo aspetto. Sono pochissimi i testi dedicati a questo tema e spesso riguardano altre problematiche.  Un primo riferimento è “Carceri d’autore”, un gioco di parole che simboleggia il voler mettere insieme una serie di segnalazioni in ambito cinematografico, che pongono al centro la questione dello spazio degli istituti di pena. Il cinema diventa un elemento di ricognizione, un punto di partenza per poi allargarsi ad altri settori disciplinari.

C.R. Quali sono le carenze progettuali che rendono gli attuali istituti di pena di Bari,  Lecce e Taranto inadeguati dal tuo punto di vista ?

A.L. Conosco la realtà delle carceri avendo avviato due tesi di laurea. La prima in particolare prevede di ristudiare il carcere di Bari che come Taranto è in fase di progettazione. Dopo anni di lavoro, il cui merito è dei Radicali insieme ad alcune associazioni, è emersa l’esigenza di ampliare i posti letto. La condizione attuale è drammatica e di sovraffollamento. Le carceri  contengono più del doppio dei detenuti che potrebbero ospitare e questa condizione peggiorerà con il tempo. Per questo motivo, il Governo ha nominato un commissario straordinario che ha varato il nuovo Piano delle carceri, che prevede l’ampliamento dei venti edifici esistenti e la costruzione di undici nuovi complessi.

C.R.  Il progetto sembra chiamare in causa anche la politica e questo ha radici molto profonde nella storia dell’architettura. Ritieni che l’attuale classe governativa, possa essere sensibile al problema ? Pensi di riuscire a portarlo all’attenzione ?

A.L. Questo è un auspicio ed è l’obiettivo principale per cercare di porre rimedio alla vacatio teorica che regna tra gli organismi deputati. Ritengo che le condizioni delle carceri riflettano le condizioni di civiltà del paese. Il nostro progetto deve essere ragione di interesse per una classe politica degna di questo nome. Deve essere soprattutto un tema trasversale. I primi sono stati i Radicali, perché storicamente legati a temi sociali, ma tutti gli schieramenti e tutti gli amministratori dovrebbero confrontarsi con questa problematica come fatto di civiltà, prima ancora che culturale.

C.R.  E’ stato di recente approvato il “Piano carceri”. Credi che i criteri in esso adottati, abbiano carattere di aderenza alla realtà attuale ? Oppure siamo in presenza di un’azione demagogica ?

A.L. E’ un’esigenza legata alla contingenza. Anziché studiare la cosa, si è fornita una soluzione che darà un risultato mediocre. Certo risolverà per qualche anno il problema che si ripresenterà, atteso che i tempi vengano rispettati. A Bari è prevista la realizzazione di un nuovo carcere, mentre a Taranto e Brindisi si prevede solo l’ampliamento con la realizzazione di un nuovo padiglione. Non si fa menzione né alla qualità architettonica, tantomeno si compie un passo in avanti rispetto alla situazione attuale. Si fa riferimento solo ad una serie di dati quantitativi, ad esempio la velocità di realizzazione di questi nuovi edifici. Le nuove carceri non prevedono nessun cambiamento tipologico. L’istituto di pena è uno spazio dove scontate il periodo di detenzione. Manca l’aspetto della rieducazione e del reinserimento che – a mio parere – deve essere visto anche grazie al contributo dell’architettura come integrazione del detenuto in società. Se una persona entra in carcere adesso, ne esce peggiorata perché non ha alternative. In Italia chi va in carcere reitera il reato, cosa che in Europa avviene in misura ridotta. Il nuovo progetto del carcere di Bari, contiene l’errore macroscopico di eliminare l’istituto in posizione centrale spostandolo in periferia, allontanando anche simbolicamente il detenuto dalla società. I detenuti interagiscono con la gente e questo ci dice come essi ambiscano a reintegrarsi con la società. Con questo nuovo progetto, si allontanano come reietti i detenuti dal tessuto sociale. Il problema fondamentale sembra riguardare unicamente l’urgenza e sicuramente l’incarico riguarderà chi, pur essendo preparato, non ha esperienza, a discapito della qualità. Se durante il periodo di formazione delle leggi, si fosse costituita una commissione con personalità specifiche, si sarebbe potuto pervenire a qualcosa di più articolato. La critica più grave che pongo, riguarda il fatto che non ci si preoccupi dell’utente finale. Paradossalmente l’architettura carceraria deve essere aperta. Una delle innovazioni che l’architettura può portare è quella di non vedere la detenzione come alienazione. Aprire alle carceri, può essere anche un concetto virtuale legato alle nuove tecnologie. Il concetto di osmosi può essere anche virtuale e servono spazi appositi dove effettuare questo scambio.

C.R.  Ci sono esempi di progettualità corretta – a tuo avviso – in Italia o, come spesso accade, è necessario fare riferimento a modelli realizzati all’estero ?

A.L. Non ci sono esempi di progettualità corretta in Italia, mentre negli Stati Uniti e nei paesi del Nord, c’è una sensibilità più sviluppata. In un articolo dedicato al carcere di Halden ad Oslo, dove sarà  detenuto l’autore della strage in Danimarca, si spiegano le condizioni dei detenuti pari a quelle di un buon albergo italiano. Il detenuto avrà una cella singola, bagno, collegamento internet, biblioteca e saranno promossi tutta una serie di programmi di recupero finalizzati all’impiego e al lavoro. Nessuno dovrà uscire senza un pezzo di carta o senza avere imparato un mestiere. Una commissione parlamentare ha valutato che la maggior parte dei reati commessi sono contro il patrimonio. Questo è legato al concetto di lavoro. Nelle carceri servirebbero dei laboratori artigianali. L’unico progetto in tal senso, è stato avviato da alcune detenute di Lecce e prende il nome di  “Made in Carcere”. Consiste nella commercializzazione di una linea di accessori di abbigliamento, realizzata da detenute – operaie.

C.R. Quali sono i parametri progettuali innovativi che credi debbano essere adottati, per la realizzazione di un Istituto di pena, più in linea con i diritti umani di cui fai cenno ?

A.L. Devono essere garantiti i requisiti minimi igienico-sanitari, poi il dimensionamento di ogni singola cella. Attualmente sono previsti il posto letto e il vitto. Nello stesso ambiente coesistono cucina, bagno e undici persone. Questo incide psicologicamente sulle abitudini. Il ruolo di un istituto di pena è quello di correggere le devianze, invece in questa maniera esse vengono accentuate. Già progettando la cella è necessario prevedere una serie di attività come un angolo dove coltivare un interesse e poi la cosa più importante, è la qualità degli spazi comuni alla popolazione carceraria e comuni in generale. Questo perché in un carcere può entrare la società.

C.R.  In passato diversi architetti si sono cimentati con il tema dell’architettura penitenziaria. Quali pensi abbiano avviato le ricerche più avanzate in tal senso ?

A.L. Solo un docente universitario di Lecce: l’architetto Domenico De Rossi consulente per il Piano Carceri, che ha pubblicato un testo riguardante la detenzione, dove si tratta anche della storia e dell’ideologia e dell’architettura dei modelli penitenziari. Egli in particolare sostiene la necessità della rieducazione comportamentale al di là del semplice fatto punitivo.

C.R.  Nel progetto che stai portando avanti, citi Piranesi, l’architetto – incisore che durante il Settecento, ha nelle sue visioni  fantastiche, trattato proprio il tema delle carceri ipotizzando scenari terribili e opprimenti. Perché ritieni che possa essere un valido punto di riferimento ? Piranesi era pur sempre un teorico.

A.L. Credo che Piranesi sia uno degli iniziatori del Movimento Moderno. Sembra una contraddizione, ma in realtà, pur avendo progettato poco, è uno degli artisti che ha saputo anticipare la decostruzione dello spazio architettonico, che sarà il cavallo di battaglia dell’avanguardia del Novecento. Non a caso il regista Eisenstein, nel voler fornire riferimenti culturali alla propria tecnica del montaggio, (la tecnica delle attrazioni diverse) e quindi alla moltiplicazione dei punti di vista, cita le Carceri di Piranesi dimostrando in un suo saggio come fosse fisicamente e graficamente possibile scomporre le tavole in oggetti, che assumono un significato in sé, ma che ne assumono un altro nell’interazione reciproca spaziale. Piranesi riesce a vedere lo stesso evento da più punti di vista, che è il motivo per cui ho scelto questa citazione, perché mi piacerebbe che si guardasse alle carceri da più punti di vista con l’ambizione di fornire delle linee di intervento per realizzare un istituto di pena, moderno, civile e democratico. E’ interessante portare l’Existenz Minimum di  Le Courbousier sulla progettazione delle carceri. La cella non può essere vista diversamente  dall’abitazione perché l’uomo rimane sempre uomo. In sintonia con le aziende che producono arredamenti, sarebbe bello pensare all’idea di una cella arredata con oggetti di uso comune. Sarebbe interessante anche un concorso di idee in tal senso.

C.R.  L’architettura tipologica è tipica del Settecento. Ci sono in questo secolo, studi significativi ed esempi a cui fare riferimento ?

A.L. C’è tutto il discorso del Panopticon,  il carcere ideale progettato nel 1791 da Jeremy Bentham, che però riguarda condizioni di detenzione superate.

C.R.  Quali dovrebbero essere gli aspetti innovativi da introdurre, ad esempio, negli spazi di socializzazione, negli ambienti comuni oppure a livello impiantistico ?

A.L. A livello impiantistico attenzione verso la sostenibilità e il Piano Carceri in tal senso dà delle indicazioni , ma solo per l’abbattimento dei costi di gestione. La ricerca invece si deve incentrare sulle innovazioni degli spazi comuni ed è quello che sto cercando di fare con le due tesi di lavoro. Sulla dimensione minima, dovremmo guardare alle società più avanzate. I paesi scandinavi e gli Stati Uniti prevedono degli istituti molto ben organizzati. Negli USA ci sono degli spazi legati agli incontri coniugali. Una delle grandi implicazioni della condizione di carcerato è legata all’astinenza sessuale. I matrimoni finiscono a causa della detenzione. Ci sono poi dei problemi legati alle detenzioni femminili, non c’è un istituto di pena per la popolazione femminile che ha esigenze diverse. Pensiamo alle mamme detenute che hanno figli in età di allattamento o quando è necessaria la figura materna. Sempre negli Stati Uniti, sono previsti degli asili nido, dedicati alle carceri.

C.R.  Quali sono i rischi che possono derivare dalla errata progettazione di un ambiente di contenzione ? Che ruolo sociale assumono l’architettura  e l’architetto in tal senso ?

A.L. Il rischio maggiore è quello di inasprire la pena. Il ruolo sociale è quello di fare da deterrente, reinserendo il soggetto nella società. Le attuali carceri puniscono il comportamento deviante, ma per le condizioni in cui versano esse non fanno altro che peggiorare la situazione.

C.R. Come intendi promuovere questa iniziativa ?

Stiamo portando avanti già due tesi di laurea e tratteremo dei casi esemplificativi. Cercheremo di organizzare un convegno creando un tavolo a cui far sedere amministratori, progettisti, psicologi e sociologi e tutte le professionalità legate al mondo della detenzione come il personale che lavora all’interno delle carceri. E’ importante raccogliere le testimonianze di chi ha vissuto l’esperienza della detenzione. Diversamente saremmo in presenza di una speculazione. Una modalità partecipata insomma. L’idea è poi di creare un master o una scuola di specializzazione.

C.R.  Quali sono le possibilità che questo progetto offre, ad un giovane studente di Architettura o Ingegneria, che volesse avvicinarsi all’argomento ?

Gli studi saranno utili alla formazioni di un tecnico che abbia competenze specifiche, con un metodo che possa essere mutuato anche per tipologie pubbliche che hanno problematiche simili o affini. Lo stesso problema che risente della mancanza di un background specifico, tocca altre tipologie. Il progetto consentirà di mettere a disposizione di tutta la comunità scientifica e di tutte le figure istituzionali i suoi risultati.

Pagina facebook: Carceri d’Invenzione

Info: alabalestra(AT)hotmail.com

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