Un nuovo umanesimo urbano per la città. Urbanisti e sociologi a confronto in un dibattito tra storia e società

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Le città hanno una vita propria, una loro anima e destino, restano come libri vivi, destinate alla formazione delle generazioni future, per questa ragione è necessario rimettere al centro della progettazione degli spazi urbani la persona e le sue esigenze. Il convegno “L’anima dei luoghi. Pratiche e riflessioni per un nuovo umanesimo urbano”, tenutosi presso la sala consiliare della Provincia di Bari, tratta delle relazioni tra spazi urbani e coloro che li abitano. L’evento promosso dalla Fondazione Giovanni Paolo II Onlus, in collaborazione con il Politecnico di Bari, ha previsto la partecipazione di urbanisti e sociologi che hanno proposto esperienze e riflessioni sul rapporto tra l’uomo e la città.

Rosy Paparella che rappresenta la Fondazione, ricorda un monito del Papa in visita al quartiere San Paolo, da cui è nata l’idea della progettazione di una mattina dell’anima che permetta di ritrovare il bisogno di senso di una comunità. Con l’occasione si è voluto dare spazio al pensiero e al lavoro di giovani ricercatrici dello stesso Politecnico, impegnate sui temi dell’urbanistica e della pianificazione urbana: Valeria Monno, Patrizia Pirro, Lucia Zambrini, Carla Tedesco dell’Università IUAV di Venezia, Giorgia Lubisco e Rossella Ferrorelli dell’associazione Garden Faber. L’incontro è stato introdotto da Francesca Calace, docente di progettazione urbanistica presso il Politecnico di Bari e accompagnato dalle riflessioni critiche di Lidia De Candia, docente di pianificazione territoriale e storia delle città e del territorio presso l’Università degli Studi di Sassari e Luca Diotallevi della Facoltà di Sociologia di Roma Tre, che hanno portando il dibattito sul più ampio contesto di ricerca nazionale ed internazionale.

Le conclusioni sono state affidate a Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo Diocesi Bari Bitonto. Il lavori si aprono con il saluto del vicepresidente del Provincia di Bari Dott. Nuccio Altieri, che  sottoline l’importanza della crescita del senso civico che deve maturare in ciascuno di noi. Dove non c’è dibattito non c’è crescita, dove c’è silenzio non c’è evoluzione – dice Altieri, ricordando l’importanza che la restituzione di uno spazio pubblico, assume per la città. Con l’occasione ricorda che anche Santa Scolastica è stata resa alla città e presto si aprirà il cantiere che renderà fruibile il nuovo museo. La posizione è strategica per i turisti che troveranno in Santa Scolastica la porta di accesso della città, recuperando lo spazio verso il mare. Bari è una città di mare, e il rapporto con il mare rappresenta il futuro. Sul mare nascono gli spazio più belli, mentre  dove c’è abbandono radicano condizioni di degrado. Anche la zona sud – continua Altieri – è disadorna e dovrebbe essere riqualificata. La sfida del recupero di quel tratto di lungomare, rappresenta una sfida per la città, per contrastare la devianza e favorire la civilizzazione.

 

 

 

 

 

 

Le città infatti, crescono in modo disomogeneo puntando ad ottimizzare i volumi e non gli spazi. Il tema non riguarda solo ingegneri e urbanisti, ma chiama in causa il senso civico, creando i presupposti per una crescita moderna. Il dibattito deve nascere dal basso perché riguarda i cittadini. E’ necessario confrontarsi e perseguire un’idea di bellezza, che si manifesti nell’urbanizzazione degli spazi in cui viviamo. Secondo Rosy Paparella, è importante però trattare anche il tema della memoria: Bari è una città che dimentica e questo causa perdita di identità. Con questo dibattito si vogliono superare gli steccati disciplinari, facendo sì che gli urbanisti dialoghino con i sociologi, trattando le pratiche urbane e aprendo a nuove prospettive.

Francesca Calace, introduce una serie di esperienze condotte dalle ricercatrici del Politecnico di Bari, che si sono misurate con la città in maniera differente rispetto alla tradizione disciplinare. Fino ad oggi la pianificazione italiana si è chiusa in una modalità circoscritta – dice la docente – qui si presentano pratiche di coinvolgimento nel tentativo di rimarcare l’identità e riappropriarsi dei luoghi. Questo avviene se le persone riconoscono ai luoghi stessi una identità diversa rispetto il fine utilitaristico. Si guarda al malessere urbano senza mistificazione e senza presupposizioni. Si tratta di esperienze condotte su piccole parti di quartiere che non possono affrontare i grandi problemi di fondo, ma possono dire molto chiamando in causa la politica: dalla città dei piani si passa alla città delle persone. Quando si parla dei mali della città, è necessario porre all’attenzione alcuni temi, come quello dei luoghi che comunemente connotano la città stessa. Ci sono però altri luoghi, che aspettano che la città attribuisca loro un senso. Pensiamo ai centri commerciali in cui avvengono relazioni sociali. La città è anche questo. Un secondo aspetto è l’urbanistica. Spesso questa disciplina, omette la sua vera committenza: la comunità. Partendo da questo assunto diamo alla tecnica la sua vera missione. Ma la tecnica non è sempre spietata o serva del mercato e la comunità non è sempre portavoce di valore. Non si può né banalizzare la tecnica, tantomeno la partecipazione. La consapevolezza delle problematiche della tecnica favorisce un principio di apprendimento reciproco tra tecnici e comunità. La contaminazione è propria della città che rappresenta la sintesi dell’identità culturale.

C’è allora un nuovo approccio verso i temi della città, come quello di cui parla Patrizia Pirro raccontando di due esperienze realizzate da X-Scape un’associazione nata nel 2009 in cui lavorano architetti, sociologi e studenti con un approccio multidisciplinare. Per conoscere i luoghi è necessario attraversarli, cercando una relazione con gli abitanti. Il primo progetto riguarda il quartiere Japigia a Bari. Percorrendo lo spazio, si nota che la dimensione del quartiere è molto dilatata, con grandi luoghi del commercio in cui è assente la scala umana e il quartiere ha una vita introversa. Allora vengono messe in campo tre iniziative per cercare di portare all’esterno il mondo interno. Innanzitutto si pensa di recuperare un’aiuola come se fosse un piccolo giardino domestico. La seconda azione, consiste nel creare un cinema all’aperto, proiettando delle scene di vita familiare sulle pareti di un edificio. La terza prevede l’allestimento di un salotto urbano in un’isola spartitraffico, con una ballerina che dà vita ad una esibizione. Le tre azioni sono però limitate. E’ difficile stabilire una relazione perché lo spazio è controllato e ci sono dei codici di comportamento da rispettare. La seconda esperienza, si tiene invece a Lecce, più precisamente in un quartiere a ridosso del centro antico, caratterizzato da affitti bassi e popolato da studenti e immigrati, dove sono presenti moltissime botteghe artigiane. Si esplora il quartiere cercandone sia le ricchezze che l’anima e si decide di mettere su una “incredibile mappa”, chiamata così perché non si ha la presunzione di avere mappato qualcosa di scientificamente fondato. Questa riassume particolarità e caratteristiche del luogo, creando una specie di racconto della memoria. La mappa viene poi data agli abitanti e per terra, sono posizionati dei segnali dove fermarsi per domandare agli abitanti di raccontare queste incredibili storie.

Un approccio completamente differente e innovativo caratterizza l’esperienza condotta da Giorgia Lubisco di Garden Faber, che punta letteralmente alla “coltivazione dell’anima dei luoghi”. Garden Faber è nata con Principi attivi insieme a Rossella Ferorelli, Silvia Sivo e Michele Cera, con l’intento di lavorare nell’ambito del community gardening (parti di terra individuali gestiti da cittadini). Si tratta di una realtà non italiana che si sviluppa in contesti poveri. Il progetto ragiona su una serie di necessità che si possono basare su meccanismi autonomi per riappropriarsi dello spazio attraverso il lavoro e il senso dell’ecologia. Il senso civico è qualcosa che si ha dentro – dice Giorgia Lubisco, rispondendo all’introduzione di Nuccio Altieri – o lo si possiede oppure no. Il giardino è presente in tutte le religioni, rappresenta il punto di inizio, è una forma di preghiera nella regola benedettina e diventa il punto di dialogo tra città e cittadino. Le case popolari (quelle di via Bruno Buozzi dove viene portato avanti l’intervento) sono assegnate, non si nasce in questi luoghi è lo spazio comune a generare l’appartenenza. L’anima dei luoghi nasce quando si crea un giardino, le piante sono vive e crescono, rappresentano l’evoluzione. A Bari nelle case popolari la gente crea giardini attorno alle statue votive. L’idea è quella di costruire qualcosa di bello, però la bellezza è considerata come qualcosa di residuo. Garden Faber lavora negli spazi verdi che sono stati abbandonati e ricolonizzati, ma il lavoro quasi sempre non è ben visto. Ci sono tre luoghi in cui sono stati  realizzati dei giardini abusivi, attorno a degli spazi attorno a cui ruota anche la conflittualità di alcuni nuclei familiari. Garden Faber propone di costruire qualcosa insieme partendo dalle loro volontà e dalla loro identità. Questo dialogo fa emergere curiosità e problemi oltre ad una notevole difficoltà di comunicazione. Si cerca di creare un legame, di costruire un dialogo, provando a generare una consapevolezza.

 

 

 

 

 

 

Può accadere che gli spazi pubblici siano utilizzati da soggetti diversi, spiega Carla Tedesco ricordando la vicenda della colmata dell’ansa di Marisabella che vide una grossa mobilitazione da parte dei cittadini anni fa, nel contesto dello sviluppo della zona portuale. Il porto urbano di Bari ricade nella città storica e i quartieri ne sono coinvolti. La strada che attraversa il porto è percorsa dai mezzi pesanti e gli assetti hanno delle ricadute sulla città. Infatti la camionale è stata spostata a causa delle proteste. A latere rispetto gli argomenti ufficiali, sono emerse delle pratiche urbane. C’erano delle esigenze che mostravano come lo spazio urbano venisse utilizzato quotidianamente in modo diverso. Di giorno per fare jogging, allenarsi con la canoa (con la colmata sarebbe stato impossibile), effettuare la coda per il traghetto, di notte per la pratica informale della cena all’aria aperta. Chi non ha una casa adeguata, ha bisogno di utilizzare informalmente lo spazio esterno. Ci sono stati degli scontri sull’argomento e il Sindaco ne ha fatto una battaglia di legalità, chiamando in causa il lavoro degli urbanisti. Spesso chi è investito da queste pratiche non siede al tavolo della pianificazione partecipata. La questione è quella di mettere la gente al centro, accompagnando le azioni progettuali con le relazioni sociali.

Valeria Monno infatti racconta la sua esperienza nata frequentando proprio i quartieri degradati utilizzando la partecipazione come strumento nuovo. Il primo luogo è Enziteto (San Pio), dove c’era un progetto europeo per inserire le donne nel mondo del lavoro. Queste donne chiesero aiuto per riprogettare il quartiere. Su questo sfondo di solitudine è possibile leggere modalità di riscrittura urbana, mediante la ribellione e la disobbedienza verso regole non scritte e di uso dei luoghi. Enziteto non ha infrastrutture sociali e su questo si è inserita l’urbanistica. Ciò che ha inciso di più in questo lavoro con le donne, è stato il riempimento dello spazio e il tentativo di ridefinire la partecipazione. Un’altra vicenda è quella di Taranto dove ci sono moltissimi problemi tra cui aria irrespirabile, rassegnazione, mancanza di pratiche di partecipazione, accettazione quotidiana della morte. Si è cercato di costruire qualcosa di nuovo, provando a sensibilizzare la popolazione con dei progetti che oggi sono oggetto di pianificazione. Per gli urbanisti ci sono delle sfide grandi che devono essere raccolte, ma perché questo avvenga servono nuovi strumenti per dare voce ai cittadini e per costruire una città vivibile e un rapporto dialettico con le istituzioni.

Senz’altro è importante considerare tutti gli aspetti come dice Lucia Zambrini proponendo una lettura dello spazio urbano integrata, legata al tema del sacro. Scienza, filosofia e religione sono dei riferimenti fondamentali. Citando Patrick Geddes, dice che non si può scindere la socialità dalla vita e il fondamento religioso dell’abitare e del costruire. Un esempio è la città di Varanasi situata sulle rive del Gange in India, dove c’è un significato simbolico molto importante per la cultura indiana. La città sorge sulla riva ovest che è più alta e che quindi consente di proteggersi dalle acque. Questo dà modo alla città di salutare il sole, inoltre lungo il fiume si svolge la vita. C’è una relazione verticale tra cielo e terra, la città è considerata come un punto di passaggio. Morire ed essere cremati a Varanasi, consente di liberarsi dal ciclo della vita. C’è una idea di axis mundi. Parlando di riflesso di un mondo superiore su un mondo terreno, Varanasi viene letta come un mandala che rimanda a questo mondo ultraterreno, il mandala viene disegnato creando dei percorsi, dei pellegrinaggi. I luoghi sono caratterizzati da un senso profondo che deve essere riscoperto.

Secondo Lidia de Candia è  importante fare emergere tutto ciò che di vitale c’è nei luoghi. Pur essendo un’urbanista prova diffidenza verso la sua stessa materia. Ritorna il pensiero di Geddes, l’urbanistica che ha prevalso ha radici lontanissime, le città sono state da sempre i luoghi con cui gli uomini hanno stabilito delle relazioni di vita. L’uomo oltre che vivere deve esprimere la propria vita, i luoghi hanno profondità e memoria, sogni e radici profonde. La memoria e i luoghi ci fanno esistere, descrivere un luogo è un’operazione complessa perché i luoghi hanno una loro unicità, parlare di una persona significa parlare della sua storia, ma per descrivere il perché servono altri elementi. Nel mondo greco e durante il Quattrocento è stata inventata la carta geografica che ha segnato una grave cesura, rappresentando la città come un insieme di segni, come una superficie. In questo passaggio è stato possibile credere di poter rappresentare la città attraverso le sue forme progettandola attraverso la carta, come se lo spazio potesse essere definito prima delle sue relazioni e l’esperto è divenuto l’urbanista, l’architetto. Questo passaggio per l’urbanistica è stato determinante, perché gli urbanisti parlano di forme riferendosi alla città. L’urbanistica deve essere scissa da questa potente riduzione, perché il potere del disegno ha sottratto il potere di edificare dalla capacità di abitare. Se l’uomo prima aveva un sapere, una consapevolezze dell’abitare, oggi tutto questo si è perso è stato messo a margine e tutto soggiace al potere dell’urbanistica. E’ necessario legare la vita degli uomini alla città. Bisogna riaprire una relazione con la memoria come occasione germinativa, c’è una grande urgenza di ricostruire un laboratorio di apprendimento per rimettere in gioco dimensioni profonde. I luoghi consentono riappropriazioni profonde perché le persone continuano ad interagire con i luoghi. Come riaprire questa dimensione ? E’ difficile perché non abbiamo più linguaggi, arte e poesia devono ritornare prepotentemente al centro per rianimare i luoghi. I linguaggi devono essere ripensati, oltre alla memoria è necessario riportare l’attenzione sul mondo dell’invisibile. Oltre alla memoria è necessario lavorare sull’immaginario.

Luca Diotallevi, fa un contrappunto modesto, ma significativo che riguarda il tema della forma della città. E’ necessario superare la forma, la potenza di una lingua dipende da suoi segni, una lingua scritta offre al poeta maggiori possibilità. Le forme ci hanno reso liberi, ma oggi non c’è abbastanza senso, negare le forme non è una critica, ma scambiare l’interno con l’esterno è una forma di narcisismo. La domanda che Diotallevi si pone è questa: da cosa dipendono il successo o l’insuccesso di una città ? Dalla mobilità, da buone scuole, dalla vita. Le forme della città consentono movimento, conflitto, nascita e morte. Senz’altro  un conflitto si rinviene tra la piazza e la città. E’ facile realizzare una piazza in una città collinare, chiusa. Una sfida è fare invece una piazza dove c’è il mare che segna apertura. Ma secondo Monsignor Francesco Cacucci, il vero pericolo per la città, nello specifico per la città vecchia, è l’abbandono, non certo la conflittualità tra piazza e mare, tra la chiusura e l’apertura, tra mondo interno e mondo esterno. Partendo da questa problematica si è cercato di cogliere l’anima dei luoghi. Non è possibile isolarsi nella città vecchia chiudendosi narcisisticamente (e per questo ringrazia il sociologo), ma ci sono dei tentativi che nascono dal desiderio di godere delle nostre città.

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