Architetture a Bari, tra città antica e città moderna

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Una lezione con la docente Livia Semerari per raccontare la memoria urbana del capoluogo pugliese.

Riscoprire la bellezza delle cose, guardare con occhi nuovi la città è il tema della conferenza, tenutasi a Bari, con l’intento di ripercorrere gli aspetti significativi dell’architettura del capoluogo pugliese. A Livia Semerari, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Foggia, va il merito di avere permesso questa rievocazione.

Palazzo Andidero, Marcello Petrignani, Marina         Ruggero, Mauro Buffi 1977.  (© Caterina Rinaldo 2012)

 Nella straordinaria cornice della Sala Consiliare del Comune di Bari, dove l’effige di Araldo di Crollalanza dipinta da Mario Prayer tradisce nel decoro liberty l’intenzione autocelebrativa degli esponenti del futuro regime totalitario, si è svolto l’incontro dal titolo: “La memoria della città“.

Non si tratta di un titolo formale, ha tenuto a precisare la docente,  proviene dal catalogo di una mostra, tenutasi a Reggio Emilia nel 1981, con prefazione di Umberto Eco. Egli si chiede cosa sia una città, scrive che tendiamo a dimenticarla. Dice che questo avviene perchè la abitiamo: “Nella città camminiamo a testa bassa e spesso non ci accorgiamo di quello che abbiamo intorno”,  scrive il semiologo.

Eco si richiama ad una novella dal titolo: “Il guerriero e la fanciulla“, scritta da Jorge Luis Borges, (pubblicata in una edizione laterziana delle opere di Croce) in cui si racconta di un longobardo giunto a Ravenna nel VI-VII secolo d.C., con l’intenzione di depredarla. Fino a quel momento, egli aveva visto solo le oscure selve, i boschi, ma scopre invece marmi, colonne, epigrammi. Vede ciò che nella sua vita non aveva mai osservato pienamente: un organismo fatto di statue, di templi, di spazi aperti. Il barbaro scopre la città. Decide allora di abbandonare i suoi compagni e di morire a Ravenna.

Non è sufficiente la visione di un cieco venuto dopo Omero per farci capire cosa sia la memoria di una città” –  dice la docente – “Questo incontro non rappresenta solo un’occasione di scoperta, ma una scelta politica. (Nel senso etimologico del termine. Πόλις in greco vuol dire proprio città)”.
Ogni città parla sempre del nostro oggi, del nostro presente. Per questo intrinseco senso della continuità in base al quale tutto ciò che è stato realizzato nel passato si possa proiettare nel futuro, la città rappresenta la possibilità di raccontare molte epoche. Queste sono le ragioni per cui la lettura di pochi frammenti urbani consente di capire le stratificazioni e il passaggio della storia. In poche parole, consente di leggere quella che noi chiamiamo memoria.

La città si può leggere in tanti modi: l’hanno letta Dante, Boccaccio Leopardi, tutti i grandi poeti e scrittori del Novecento, letterati e musicisti, ingegneri e architetti, sociologi e urbanisti, archeologi. E si può leggere anche dal punto di vista della Storia dell’Arte.  A partire da queste considerazioni, inizia il piacevole ex-cursus storico, tracciato dalla Semerari, che tratteggia i principali momenti della crescita urbanistica e della espansione del capoluogo pugliese.

In un’antica immagine di Bari è possibile vedere con chiarezza il centro storico dove sono riconoscibili i monumenti, la cinta muraria, il porto. Questa era la realtà della città antica che ha una storia illustre, che parla dei greci, dei romani, dei messapi e che oggi ospita le sedi delle Soprintendenze archeologica ed archivistica, le sedi dei musei nicolaiano, diocesano, civico, che restituiscono le tracce multistratificate del nostro passato: la città storica, la Basilica, la Cattedrale, la Chiesa di Santa Teresa dei Maschi, la cupola visibile da ogni parte della città e poi la Chiesa dei Gesuiti, una volta antico teatro. Straordinari edifici molti dei quali abbandonati putroppo all’incuria e al degrado. Come gli oltre cinquanta palazzi storici a rischio crollo, tra cui si annoverano altissime testimonianze della produzione architettonica locale. Per citarne solo alcuni, non menzionati dalla studiosa, il palazzo dei Teatini (ex convento risalente al 1700),  l’antica Corte Altini situata in piazza San Pietro, palazzo Albicocca, splendidamente affrescato, una volta sede del tribunale.

La città antica. Particolare di una puntellatura. (© Caterina Rinaldo 2012)

L’anno prossimo ricorrerà il bicentenario della fondazione del borgo nuovo (1813), il Murat, che segna invece l’inizio della costruzione della città contemporanea. Nei vecchi progetti della fine del Settecento, si parlava di costruire a ovest del Castello Svevo. Giusepe Gimma  architetto del comune, fu rivoluzionario e disegnò il profilo di una città perfetta. Come tutti gli architetti dell’epoca, era un moderno e superò tutte le contraddizioni. Da grande qual era prefigurò la futura espansione della città e dunque previde l’abbattimento delle mura, lasciando un tratto del fossato. Progettò una grande piazza con una piramide che non fu mai costruita. Tutto lo sviluppo ortogonale per lotti era informato dai principi del razionalismo illuministico, tra cui l’ordine e la compattezza.

Le mura furono abbattute a Bari, ma anche in altre città come Napoli, e si prefigurò l’apertura delle antiche porte urbiche: una davanti alla Prefettura, una nell’attuale piazza del Ferrarese e una a nord-ovest. Erano in nuce una serie di progetti. Si volevano realizzare grandi cose. Nell’arco dell’800 operò Antonio Niccolini, un architetto che giunge a Bari, dopo aver lavorato ad importanti progetti su Napoli, proponendo il suo classicismo. L’antico resta alle spalle e il nuovo avanza. Si ha quindi l’imponenza del grande corso, la visuale sul mare, il nuovo con la sua grandezza e imponenza. Nello stesso tempo in città entrano i nobili e realizzano palazzi importanti come il Barone Ferrara, voluto da un nobile napoletano che aveva venduto tutte le proprietà e aveva deciso di costruire questo grande edificio. I Calderoni avrebbero poi realizzato il palazzo attiguo situato sulla sinistra. Il tutto informato da uno stile oscillante tra il neoclassicismo e l’eclettismo, uno stile che si esprimerà nei palazzi, nei monumenti, nell’edilizia residenziale e cimiteriale.

La città tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 si espande, segue direttrici ben segnate e nasce il corso ferdinandeo. Si incomincia a costruire in corso Cavour realizzando prima la Camera di Commercio (fine dell’Ottocento, su progetto degli ingegneri Antonio e Mario Moretti) e poi il teatro Petruzzelli nel 1903, costruito ad opera dell’ing. Angelo Cicciomessere e affrescato da Raffele Armenise. Il Comune vende i terreni. Tutto era campagna gestita dalle confraternite. Il Comune vende per lotti e sorge il nuovo corso che si estenderà fino al quartiere Madonnella. Uno dei più antichi.

Tra la Camera di Commercio e il Petruzzelli si fissa una destinazione borghese, mentre la piazza progettata da Giuseppe Gimma, la villa, il cosìddetto giardino storico, doveva essere realizzata tra il teatro Margherita e la Camera di Commercio. Questo non avviene più, perchè si inizia a edificare in maniera intensiva. Si incomincia con un decorativismo eclettico in facciata di maniera e seguono la realizzazione della ferrovia e la crescita progressiva dei quartieri. La città nasce con una chiara allocazione delle sue parti.

Nella facciata del Cinema Oriente, uno dei primi edifici a prevedere l’uso di travi in cemento, sono visibili molti tratti dell’eclettismo, mentre il liberty che si ha tra il 1890 e il 1910, si ritrova autenticamente celebrato in un unico edificio, che sorge in via Crisanzio, realizzato dall’architetto Saverio Dioguardi, che si esprime filologicamente in un impeto di autentica espressione art noveau.  Tutti gli altri edifici costruiti successivamente non saranno espressione diretta dell’elegante corrente floreale, frutto tra l’altro della risposta data alla società delle macchine, ma discenderanno da un tardo-liberty ascrivibile ad un più diretto decorativismo di maniera.

L'interno della sede della Banca d'Italia. Biagio Accolti Gil, 1932. © Caterina Rinaldo 2012

L’interno della sede della Banca d’Italia. Biagio Accolti Gil, 1932. (© Caterina Rinaldo 2012)

La fine degli anni venti, vede invece l’avvento del Fascismo. Nel 1922 si tiene il discorso sull’urbanistica italiana, prefigurando l’espansione della città. Bari, che da secoli era stata il tramite tra oriente e occidente, è individuata nei progetti come città importante. Nel 1930 Araldo di Crollalanza viene nominato Ministro dei lavori pubblici. Dal 1921 al 1927 prevale l’edilizia privata, che svolta nell’edilizia pubblica. Vengono costruiti grandi edifici monumentali, si realizzano gli interventi delle cooperative, l’incapsulatura della chiesa di San Ferdinando di Dioguardi e il palazzo dell’Acquedotto Pugliese (1932), splendidamente decorato da Dulio Cambellotti, che combina il déco con il richiamo alle architetture dei castelli federiciani. Nel 1926 inizia la costruzione dell’edificio della Banca d’Italia su progetto dell’ing. Biagio Accolti Gil, che terminerà con l’inaugurazione avvenuta nel 1932. Gli interventi nel murattiano con Palazzo Mincuzzi, risalgono al 1926-1928. La città si costruisce con una serie di aggettivazioni sul modello francesce e sorge anche la Fiera del Levante su progetto dell’ingegner Cesare Corradini in baase alle varianti dell’ingegner Vincenzo Rizzi. Vi sono riecheggiamenti islamici, baroccheggianti, che fanno da trade d’union tra oriente e occidente. La costruzione del Palazzo delle Poste di Roberto Narducci degli anni Trenta, della Casa del Mutilato di Pietro Favia del 1940, del liceo classico Orazio Flacco di Concezio Petrucci del 1933, la cifra littoria, la simbolizzazione delle case caratterizzeranno l’architettura dell’epoca. Tra il 1932 e il 1935 viene realizzato da Alberto Calza-Bini,  l’Albergo delle Nazioni, incentrato sul ruolo dell’angolo. Gli anni del dopoguerra vedono il sorgere del palazzo della Motta, che Bruno Zevi definirà come “un prodotto sgargiante“.

Questa città che si era contraddistinta per le sue costruzioni, si apre al discorso del moderno sul piano dei linguaggi architettonici, del razionalismo.

Il fronte dell'ospedale Inail di Giuseppe Samonà. © Caterina Rinaldo 2055

Il fronte dell’ospedale Inail di Giuseppe Samonà.

Poi ci sono la Casa del Mutilato di Pietro Favia e la sede della Gazzetta del Mezzogiorno, in cui era stata prevista anche una pista di atterraggio per gli elicotteri. L’Hotel Palace di Dino Pezzuto, gli interventi dello studio Bosco, la città che si espande, l’individuazione della periferia, del CEP. I quartieri satellitari, la Cooperativa Casa del Popolo di Arturo Cucciolla. La periferia, la città dei servizi, dei piani regolatori, la cittadella della cultura, e i grandi restauri come l’ex-Macello, un insediamento industriale convertito in Archivio di Stato e Biblioteca Nazionale, in cui una molteplicità di punti di vista, sapientemente individuati, orientano lo sguardo e traguardano in direzioni stabilite e straordinarie visuali prospettiche. In definitiva dalla città si può conservare, riutilizzare, oppure nella città si può essere ancora oggi come il barbaro: trovando improvvisamente la propria sorpresa.

L'ospedale Inail di Giuseppe Samonà. © Caterina Rinaldo 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

foto: © Caterina Rinaldo 2005 – 2012

 

 

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