L’architecture assassinèe

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Tutto lo sporco degli anni ’90 con la tecnologia degli anni ’70

Incontro con ANTONIO LABALESTRA

Lo spazio fotografico, per sua natura, parziale e ipostatizzato, rappresenta un frammento ritenuto significante della totalità spaziale filtrato attraverso un processo di interpretazione poetica e di traduzione critica che implica, necessariamente, un processo di pre-comprensione del manufatto architettonico.

La polaroid per certi versi esalta questo processo come dimostrato da alcuni celebri architetti e da fotografi professionisti, specie di quelli che hanno saputo porre l’accento sulla questione di una ricercata coincidenza tra etica ed estetica nella consapevolezza di poter costituire, attraverso i propri scatti, l’oggetto di un tramando, la memoria reinventata e talvolta addirittura il più immediato momento di conoscenza dell’architettura.

Il senso, se ce n’è uno, va colto, oltre che nel contesto del genere della fotografia d’architettura, nata nell’alveo delle esperienze fotografiche di Adalberto Libera e Carlo Mollino che, per primi, riescono a mettere in risonanza due discipline costituendo un modus operandi che diviene nel tempo disciplina cosciente, in una precisa attitudine alla ricerca architettonica del loro autore.

Si pensi in questo senso all’affezione di Aldo Rossi per le Polaroid che lo porterà a pensare ad una pubblicazione fatta solo di questi documenti, ma anche e soprattutto al lavoro svolto con Luigi Ghirri nel tentativo di immortalare cose che sono solo se stesse, ai cicli di lavori fondamentali realizzati da Gabriele Basilico, a quello di Roberto Bossaglia intitolato emblematicamente “Dal segno architettonico al segno fotografico” fino agli scatti di Guido Guidi, che rimandano, ognuno secondo le rispettive peculiarità, ad un’unica complessa metodologia di lettura diretta nel verso di definire il peso specifico e la singolare coloritura semantica che le immagini propongono delle forme architettoniche.

Solo mentre ripensavo a queste cose, su come le Polaroid rappresentano una sorta di indagine del reale svolta tra naturale ed artificiale, una vera e propria “forma di ricerca architettonica pura” perseguita attraverso lo sguardo istantaneo, ho capito che in realtà riflettevo anche su come sta diventando sempre più difficile condurre un’esistenza autentica mentre viviamo in un mondo che sembra puntare l’attenzione sull’apparenza.
Chi come me ha la perversione di guardare le immagini spesso vede altri significati legati alla propria esperienza, concede una vita propria ad un frammento che si stacca dal tutto, fino a dimostrare che il tutto è più della somma delle parti.
E’ proprio questo che mi affascina, che l’immagine possa avere una propria vita, che non è più privata ma collettiva; che si possa pensare di fissare un significato visto o anche solo intuito, che si possa osservare come alcune persone si sforzino di vivere una vita costruita e quando poi raggiungono il loro obiettivo si chiedono perché non sono felici.
Non mi sono reso conto di tutto questo, di quanto questi concetti siano importanti per me, fin quando non mi sono messo seduto a scrivere per questa lezione tenendo sul tavolo le mie prime istantanee. E’ questo che faccio con le Polaroid.
Antonio Labalestra
L’incontro è a cura del Museo della Fotografia del Politecnico di Bari.
Mercoledì 9 Maggio 2012, Sala Convegni (Aula Multimediale)
Palazzo Politecnico, via Amendola 126/b dalle 17,30.
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