Riflessi di ceramica, frammenti di città

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L’ingegnere urbanista Antonio Vestita descrive la sua articolata visione di museo-labirinto. Un racconto sospeso nel tempo attraverso epoche e saperi dimenticati, architetture immaginarie e ceramica antica.

L’occasione di apprezzare le creazioni del ceramista grottagliese Antonio Vestita si era già palesata in concomitanza del XVII Concorso di Ceramica Mediterranea, quando l’opera Hortus conclusus/Giardino planetario, gli era valsa il primo premio ex-aequo, assegnatogli durante la mostra allestita presso il Castello Episcopio di Grottaglie due anni fa.

Antonio Vestita, Labirinto degli specchi, 2011

Chiude la trilogia dedicata al tema della raffigurazione del paesaggio mediterraneo, inaugurata con Riflessi di bellezza e proseguita con Hortus conclusus/giardino planetario, Labirinto degli specchi un percorso di lettura realizzato per la successiva edizione della mostra ispirata al tema, Racconti di ceramica.

Lo specchio strumento della conoscenza, incarna l’ambivalenza dell’universo alternativo, il labirinto, uno dei simboli più antichi, rappresenta nella sua forma quell’idea di rinnovamento che sottende al viaggio mentale dell’uomo alla ricerca di una rinascita, e schiude le porte a nuovi percorsi della conoscenza.

Queste considerazioni si ritrovano in un’architettura, che fin dalle premesse unendo storia e narrazione, pone in luce le potenzialità di un territorio spesso negletto. Terracotta sapientemente declinata a scala urbana, sottile combinazione di vetro e specchi, gioco numerico, città ideale sospesa tra terra e cielo, percorso di scoperta e di rinascita, racconto atemporale e temporale, Labirinto di specchi narra la produzione della ceramica susseguitasi nel corso dei secoli, mediante un museo-labirinto da percorrere attraversando una successione di venti stanze, disposte lungo il perimetro di una torre ottagonale.

Simbolo della perfezione e della purezza, essa rappresenta, il raggiungimento della conoscenza e l’aspirazione verso il cielo, essendo il numero otto l’effige dell’infinito, il simbolo della rinascita spirituale e della vita eterna.

Antonio Vestita, Labirinto di specchi, 2011

Antonio Vestita, Labirinto degli specchi, 2011.

 Progettata sulla scansione ritmata di una complicata simbologia numerica, l’opera si risolve in una combinazione di specchi e frammenti ceramici, appartenuti ad epoche che si collocano tra il XX e il VI sec. a.C., disposti sul pavimento delle stanze, ciascuna delle quali dotata di un passaggio, in modo da tracciare un percorso mentale di lettura. La pianta rappresenta un quadrato associato ad un mandala, simbolo nella religione tibetana della conoscenza, raggiunta solo dopo il compimento di un cammino. In questo caso compiuto costruendo il mandala stesso.

Ceramica e vetro sono materiali che ricorrono frequentemente nella poetica di questo artista, che ne estende l’uso all’urbanistica e all’architettura, creando nuove modalità di visione ed interpretazione della città, dell’architettura e del territorio.

Come rappresentare simboli, segni, evitando la retorica della raffigurazione iconografica tradizionale ? Come riprendere i temi del passato evitando la mimesi, sfuggendo la mistificazione e la grottesca raffigurazione di consumo che informano la produzione artistica contemporanea ? Sulla ceramica è possibile tracciare dei segni, così come sul territorio è possibile rinvenire elementi identitari propri della cultura e della natura del luogo. Come è possibile allora raccontare la ceramica mediante la ceramica, attraversando secoli di storia, annullando la relazione temporale?

Abbiamo incontrato Antonio Vestita che ci ha spiegato la relazione che ha saputo creare, combinando concetti di matematica e fisica con una progettualità innovativa di lettura della storia e del territorio.

Come nasce Labirinto degli Specchi?

Il tema del labirinto come percorso di ricerca mi affascina da sempre. Probabilmente perché consente di annullare la componente temporale, disorientando apparentemente colui che lo percorre. Questo permette di vivere un tempo nuovo, diverso, altro.

Il tema del concorso consisteva nel creare un Racconto di ceramica, quello che volevo fare era realizzare un oggetto sacro, prezioso, con cui creare un’ideale collegamento tra terra e cielo e nello stesso tempo costruire un nuovo percorso di lettura. Il labirinto medievale rappresentava proprio il viaggio iniziatico verso la conoscenza, il luogo dell’anima, della luce, il luogo in grado di allontanare le influenze magiche negative.

Il riferimento all’individuo, che nel mondo globalizzato associa mille componenti, mi ha suggerito l’idea di raccontare la ceramica mediante le cose più piccole, i frammenti appunto, immaginando di eseguire uno scavo archeologico in un luogo, dove si fossero avvicendate tutte le culture che hanno contribuito a definire le epoche storiche. Ho scelto come territorio, Grottaglie. Come luogo fisico, il Quartiere delle Ceramiche.

Ho realizzato quest’opera con la consapevolezza che ogni singolo frammento ceramico recuperato, tenuto fra le mani e ascoltato, potesse raccontare la propria storia, e con l’idea che, osservandone la luce, i colori, i decori, avvertendone le vibrazioni, fosse possibile dare luogo a un nuovo racconto, che fosse la prosecuzione del precedente.

Ogni strato mi ha regalato dei frammenti preziosi, ciascuno dei quali definiva un’epoca storica, serviva però un luogo che fosse adatto alla lettura dei reperti. Un labirinto, si prestava a questa intenzione, perché in un certo senso obbligavo colui che avesse avuto desiderio di conoscenza, a ricercare un percorso interiore servendosi di un tempo indefinito. Di solito i labirinti sono circondati da una cinta muraria che non permette introspezione, e sono dotati di un unico ingresso che coincide anche con l’uscita. Questo simboleggia l’ambivalenza, la coincidenza fra significati opposti.

Così per il recinto, ho scelto come materiale complementare, un vetro trasparente, specchiato all’interno, perché chi è dentro non veda fuori, ma chi è all’esterno intraveda un percorso meraviglioso e sia invitato ad entrare. In realtà questo artificio è utile, perché oggi siamo distratti da mille cose e abbiamo bisogno di eliminare la chiusura degli spazi mentali e di ritrovare interesse verso dei saperi che si stanno perdendo.

Ciò sarà possibile – come dice Paul Scheerbart in Glasarkitektur (1914) – soltanto con l’introduzione dell’architettura di vetro, che permette alla luce del sole, al chiarore della luna e delle stelle di penetrare nelle stanze non solo da un paio di finestre, ma direttamente dalle pareti, possibilmente numerose, completamente di vetro, anzi di vetro colorato. Il nuovo ambiente che in tal modo ci creeremo dovrà portarci una nuova civiltà”.

Inoltre ho voluto affidare a degli specchi, in analogia alla ceramica fatta di luce e di riflessi, la funzione di restituire la bellezza dei frammenti. Lo specchio, nella sua fisica riflessione, è anche una metafora del percorso del labirinto, come ricerca interiore e cammino verso la luce della conoscenza.

Il percorso unicursale è organizzato per corridoi e per stanze, dodici per il quadrato esterno e otto per quello interno. Ogni stanza è un labirinto a sé e rappresenta, mediante dei frammenti che contiene, un’epoca, che nelle infinite riflessioni, crea dei tappeti meravigliosi su cui perdersi a ricercare l’essenza. Al centro la torre ottagonale simboleggia l’ascesa verso un sapere superiore, e allude alla Ottava Conoscenza di cui parlava Federico II nella costruzione di Castel del Monte.

Per questo motivo, l’ingresso della torre è invisibile e sarà svelato solo allo sguardo di colui che avrà raggiunto la conoscenza. Sulla sommità è collocato un bacino ceramico decorato con elementi simbolici, acqua, melegrane, fiori, realizzato con la tecnica artigianale della ceramica graffita invetriata. Una tecnica antica, medievale.

Nel percorso del Labirinto lascio sempre la possibilità di decidere se abbandonare il cammino o se proseguire. Esistono infiniti percorsi, alcuni dei quali prestabiliti. Ad esempio quello del quadrato esterno, composto da dodici stanze, che contempla la produzione della ceramica che va dal XX al XVI secolo e quello del quadrato interno, diviso in otto stanze trapezoidali, che invece riguarda la ceramica realizzata dal XVI al VI secolo a.C.

Al centro si trova l’ottagono, simbolo di rinascita, verginità e conoscenza, circondato da un corridoio fatto di specchi, privo di accessi alla torre. Chi lo percorre sembrerà apparentemente intrappolato, in realtà se la brama di conoscenza supererà il desiderio di interrompere il cammino, avverrà una magia, si schiuderà una porta, la porta dell’immaginario, che consentirà di salire fino al cielo. Solo in virtù di questo percorso atemporale, sono riuscito io stesso a realizzare il bacino in ceramica, che idealmente colloco in una dimensione sospesa tra acqua e cielo, pronto ad accogliere i doni celesti.

Nelle tue opere ricorre spesso il tema del mandala. Che importanza attribuisci a questo elemento ? Quale significato assume nella tua poetica ?

Ho avuto la fortuna di assistere all’esecuzione di un mandala realizzato da monaci tibetani. Si è trattato di un’esperienza illuminante per la mia formazione di artista: il loro modo di pregare eseguendo un’opera mediante delle sabbie colorate, compiendo dei movimenti delicati spesso in assenza di respiro, il loro legare i gesti alla musicalità della voce e ai suoni, mi hanno suggerito la via che, da quel momento, avrei dovuto percorrere.

La distruzione dell’opera, che il maestro intima al discepolo, mi provocava sofferenza, ma l’immanenza è un altro loro grande insegnamento. Così ho pensato, che sebbene quella tecnica fosse molto vicina a me e alla ceramica che producevo, fosse importante provare a tramutarne la realizzazione in una disciplina, in una preghiera, in un percorso di purificazione, per raggiungere una dimensione trascendentale.

In realtà, mi ha affascinato anche il simbolismo celato dietro alle forme disegnate.

Il Mandala non è altro che un percorso che si svolge verso il centro. Un percorso che inizia dal quadrato, che rappresenta la purezza del corpo, per giungere al cerchio, che è purezza dello spirito. In definitiva un viaggio che, attraverso la forma, ci conduce dentro noi stessi, fino alla nostra anima.

Questa disciplina ha rappresentato la via che avrei dovuto seguire nelle mie opere, in cui uso spesso questo tipo di forme.

Anche nel Labirinto degli Specchi il riferimento al mandala è apertamente manifesto: si inizia da una forma quadrata per realizzare il percorso esterno composto da dodici ambienti, in modo da passare al quadrato interno, costituito da otto stanze trapezoidali e concludere il cammino attraversando l’ottagono della torre, figura di transizione verso il centro, rappresentato dal cerchio del bacino ceramico.

Il Labirinto degli Specchi, è un mandala che si espande nello spazio, quale riferimento al cammino dell’uomo verso una nuova dimensione, quella spirituale, in aperto contrasto con la vita materiale del correre verso il nulla, che vede una via di fuga nell’apertura della porta immaginaria.

L’opera può essere definita una città ideale ?

Il labirinto degli specchi crea una prospettiva surreale con un cambio di scena continuo, dando luogo ad una dimensione di sospensione infinita. Tutto sembra fluttuare tra riflessi interminabili, apparentemente in assenza di spazio e tempo. E’ una nuova dimensione, quasi priva di gravità.

L’idea iniziale era quella di creare uno spazio in scala reale, per permettere ai visitatori di percorrere nel tempo necessario il labirinto stesso. Ad esempio uno spazio museale nuovo, in cui la riflessione diventa strumento di conoscenza e di moltiplicazione di bellezza.

Pensare al labirinto anche come città ideale, presuppone immaginare un luogo in cui regni l’ordine e prevalgano canoni di bellezza, che affidati agli specchi saranno moltiplicati all’infinito. Tutti quei canoni che nella città antica erano mantenuti dalle norme e da tecnici e artigiani colti.

Questo sapere oggi è stato quasi del tutto dimenticato per lasciare il posto alla creazione di periferie omologate, in cui regna solo un’antiestetica marginalità e un convulso disordine, che disorientano e che degenerano in una condizione che sfiora il patologico.

La grande torre ottagonale diventa invece il punto di riferimento per l’osservatore che, grazie ai suoi riflessi, stabilisce con essa un rapporto simbiotico. Quasi fosse un Minareto dal quale si diffonde il richiamo per i fedeli, l’invito alla preghiera, a compiere il percorso della Città–Labirinto, mediante il tempo dell’osservazione, e non mediante il passo affannoso a cui siamo abituati oggi, che dentro non lascia nulla.

Nell’opera faccio riferimento alla costruzione della città ideale di Sforzinda, narrata da Filarete nello scritto dedicato a Francesco Sforza. In esso si legge che, il Giardino Labirinto avvolge un Palazzo-Giardino, in cui la natura si integra perfettamente con l’architettura. Questo concetto è nuovo per l’abitare dell’uomo nuovo, che è l’uomo del Rinascimento. Ed è esattamente questo che ho inteso creare con il Labirinto degli Specchi, dove alla fine del percorso, ognuno di noi dovrebbe cambiare e raggiungere grazie alla conoscenza, una dimensione nuova del vivere.

Il numero allora è la chiave dell’armonia ?

Sicuramente.

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L’opera Labirinto degli specchi è dedicata a Roberto, grande luce. Un particolare ringraziamento va inoltre al maestro vetraio Ciro Quaranta, per l’impegno profuso nella realizzazione del manufatto artigianale.

© Caterina Rinaldo – riproduzione riservata.

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Antonio Vestita ingegnere e ceramista vive e lavora a Grottaglie in provincia di Taranto. In particolare realizza mosaici parietali in ceramica su commissione. Per informazioni è possibile contattare l’autore scrivendo a a.vestita (AT) libero.it.

Grottaglie è un importante centro per la produzione della ceramica tradizionale in Puglia. E’ situata in provincia di Taranto ed è caratterizzata da un centro antico denominato, “Quartiere delle Ceramiche”. Qui si trovano le più importanti botteghe artigiane, dove la lavorazione della ceramica avviene secondo tecniche tradizionali, tramandate di padre in figlio, in aperta contrapposizione alla produzione industrializzata. I maestri ceramisti grottagliesi sono depositari di un sapere antico, che si ritrova in straordinari manufatti conservati presso musei e collezioni pubbliche e private.

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