Apre al pubblico il Palazzo della Prefettura

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Domenica 10 marzo visite guidate del FAI a cura dei giovani ciceroni del liceo barese De Nittis Pascali

Quando nel 1808 la sede dell’Intendenza fu trasferita da Trani a Bari, la resistenza opposta dagli abitanti della cittadina, fino ad allora capoluogo della Puglia, fu particolarmente risoluta. I tranesi avevano intravisto in questa scelta una diminutio del loro potere e una perdita della loro egemonia. I baresi, invece, decisi a non rinunciare a questa possibilità a dispetto delle rimostranze tranesi, si erano offerti di sostenere la maggior parte delle spese di costruzione del nuovo palazzo del governo, che sarebbe sorto al posto del Monastero dei Domenicani. Fu questa la motivazione dell’introduzione dell’impopolare dazio sulla cottura del pane, ma fu anche grazie a questa risolutezza che Trani finalmente acconsentì alla nuova designazione e Bari divenne capoluogo della provincia. In seguito si rese necessario l’intervento del Ministro dell’Interno affinchè l’Intendente. il Duca di Canzano, che sostituiva la precedente figura del Preside della Provincia, trasferisse definitivamente la propria sede, nella nuova, a Bari.

D’altra parte la città, fin dal 1799, non aveva fatto mistero delle proprie simpatie verso la nuova dominazione e, quando si aprì il Decennio francese (1806-1816), non parve strano che la decisione di spostare la sede dell’Intendenza, dalla Trani borbonica alla vicina Bari, venisse presa in accordo ai quei radicali cambiamenti che, di lì a poco, sarebbero stati introdotti nella gestione dell’apparato pubblico. Non era solo la posizione centrale della città e la presenza di un porto ad avere reso appetibile questa scelta, era anche la consapevolezza di una città in crescita, il cui sviluppo sarebbe progredito presto per mano della dominazione.

Tuttavia la nuova posizione politica che la città si apprestava a ricoprire, richiedeva una sede prestigiosa, che fosse rappresentativa del ruolo di assoluta centralità che, di lì a poco, avrebbe rivestito. In quegli stessi anni un altro importante avvenimento condizionava la conformazione della città, vale a dire la soppressione degli ordini religiosi contemplativi. Esistevano all’epoca una moltitudine di ordini monastici che non assolvevano ad alcun compito socialmente utile, come l’assistenza e l’istruzione e che, per questa ragione, il governo francese aveva deciso di eliminare, destinando gli edifici a nuove utilizzazioni. A fare le spese di questa scelta fu, fra i molti ordini che furono cancellati, il Monastero dei Domenicani che sorgeva lungo l’attuale corso Vittorio Emanuele (ex corso Ferdinandeo prima dell’Unità d’Italia), lì dove oggi si trova il Palazzo della Prefettura.

L’edificio dell’ex-Monastero fu destinato a nuova sede dell’Intendenza e l’architetto Giuseppe Gimma, che già si stava occupando dei lavori del tratto della consolare costiera, che da Foggia conduce verso Lecce, ricevette l’incarico dell’adeguamento e della riconversione del palazzo. Gimma era un progettista affermato, di mentalità settecentesca, noto per la sua spiccata professionalità. Nonostante questo, il Ministro dell’Interno incaricò l’Intendente di tenerlo sotto controllo per via della fama di professionista ambizioso e soprattutto costoso. Gimma progettò un edificio strategicamente collocato al centro del preesistente corso Ferdinandeo, di mole imponente e rappresentativa, per nulla discostantesi dallo stile severo e asciutto di matrice spiccatamente ottocentesca che avrebbe informato i prospetti degli edifici del nuovo borgo a partire dal 1812. Egli attingeva al repertorio stilistico tardo rinascimentale, dando vita ad un neoclassicismo asciutto, facilmente leggibile nella successione regolare delle finestre sormontate da un timpano e tripartendo la facciata, leggermente aggettante nel corpo centrale, per poi serrarla negli angoli da un bugnato coronato da un massiccio cornicione. L’edificio conserva ancora la Chiesa settecentesca di San Domenico visibile anche da due affacci che si aprono sull’altare e, sul retro, reca ancora leggile la precedente denominazione di via “dell’Intendenza”.

Il palazzo sorge in una posizione di confine, tra la città antica e la città ottocentesca, a ridosso delle mura urbiche, oggi interrate, esattamente di fronte al Teatro Piccinni differenziandosi in ciò dalla conformazione originariamente voluta da Gimma nella progettazione del nuovo borgo assentita da Murat nel 1813, e ancora prima, da Ferdinando IV nel 1790. Gimma, subentrando agli ingegneri Palenzia e Viti nella progettazione del piano di ampliamento della città, aveva ipotizzato una successione di sedici isolati, interrotti da una piazza, che si attestava di fronte al palazzo dell’Intendenza, lì dove in seguito sarebbe stato costruito il Teatro Piccinni progettato da Antonio Niccolini nel 1849. Successivamente, alla morte di Gimma, avvenuta nel 1828, la Deputazione del Borgo, una commissione urbanistica ed edilizia ante litteram dotata di ampi poteri, fu sciolta, e la severa e mal sofferta progettazione degli edifici, sancita dai controllori degli Statuti Murattiani che la componevano, ricadde nelle mani del trentacinquenne Vincenzo Capirri che in luogo dell’aiutante di Gimma, Carelli, fu chiamato a proseguirne l’operato in qualità di architetto capo purtroppo privo della maestria del suo predecessore.

Lungo il corso Ferdinandeo si fronteggiavano alla metà del secolo il nuovo edificio dell’Intendenza, simbolo del potere nella borghesia in ascesa, e il Teatro classicheggiante rappresentante l’antica aristocrazia stretta, dieci anni più tardi, tra il palazzo di Città e gli uffici del Comune. L’antico regime era accerchiato, ma due edifici ecclesiastici si ergevano alle spalle dei nuovi simboli del potere politico, la Chiesa di San Ferdinando progettata sempre da Niccolini nel 1849 e la preesistente Chiesa di San Domenico. Era forse la risposta del Vescovo Clary all’egemonia esercitata fino ad allora dai Capitoli della città antica o l’eterno conflittuale complicato rapporto tra potere politico e potere ecclesiastico? Fatto sta che la costruzione della nuova Chiesa proseguì in luogo della fabbrica del Teatro che, per volere del Vescovo Clary, dovette cedere il passo al completamento del nuovo edificio religioso.

In realtà, anche la costruzione della nuova sede dell’Intendenza si protrasse per molti anni e terminò verso il 1865. A partire da questa data si fanno risalire gli interventi più cospicui, mentre agli inizi degli anni Trenta del Novecento, Mario Prayer, che già era al soldo di importanti committenze per la decorazione della sala consiliare del palazzo di Città, della sede del Municipio di Toritto oltre che dell’Aula Magna del Palazzo dell’Ateneo, ne affrescherà le sale. La sede dell’Intendenza muterà poi la propria denominazione in Palazzo della Prefettura e l’Intendente diverrà prima Governatore con l’Unità d’Italia in seguito assumerà l’attuale denominazione di Prefetto. L’edificio ha ospitato in passato importanti personalità come lo stesso Gioacchino Murat giunto a Bari il 25 aprile 1813, in occasione della posa della prima pietra del nuovo borgo, Giuseppe Bonaparte il 15 aprile 1808 e le nozze di Sofia Amalia di Baviera con Francesco Duca di Calabria che pare sia costato al sindaco Capriati oltre 7.500 ducati, che non furono mai rimborsati.

L’edificio sarà aperto al pubblico domenica 10 marzo in occasione delle Domeniche del FAI, che nel frattempo, lancia un accorato appello per la ricerca di volontari da coinvolgere nelle proprie attività. A fare da guida, ci saranno i giovani Ciceroni del liceo artistico De Nittis Pascali che accompagneranno i visitatori per le sale dell’edificio illustrandone la storia. Appuntamento con la nascita e il consolidamento del potere politico, dunque.  Un racconto avvincente assolutamente da non perdere.

Palazzo Prefettura, Piazza Libertà, 1  Bari, dalle ore 9,00 alle ore 12,00 (ultimo gruppo).

Seguirà aperitivo gentilmente offerto da Agricola del Sole alle ore 12,30.

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