Urbanistica a Bari: prove di partecipazione

FacebookTwitterGoogle+TumblrLinkedInPinterestEmailGoogle GmailWhatsAppCondividi

In urbanistica, spesso, si considerano i modelli partecipativi come virtuosi ma non è detto che possa accadere lo stesso con riferimento all’architettura. In entrambe queste discipline di studio è necessaria la giusta preparazione, diversamente il rischio è che il discorso si apra all’improvvisazione. Ha senso, allora, assoggettare un progetto di architettura a procedura partecipativa? Probabilmente solo con riferimento alle realtà locali e al problema dell’inculturazione. Tuttavia, il problema del rapporto tra processo partecipativo e progetto di trasformazione urbana merita maggiore attenzione e ulteriori riflessioni. Ce ne parla l’architetto Ugo Cassese.

Dal suo insediamento avvenuto nel luglio 2014 l’amministrazione comunale di Bari ha fondato buona parte della sua azione politica sul principio della partecipazione, in particolare in campo urbanistico; un principio che viene ribadito costantemente e con insistenza nelle diverse occasioni di discussione pubblica, rivelatore di un indirizzo politico fortemente intenzionato a ricorrere alla partecipazione come pratica ordinaria.

Planimetria di Bari, 1:2000. In evidenza, l'area della Caserma Rossani.

Planimetria di Bari, 1:2000. In evidenza, l’area della Caserma Rossani.

Tuttavia il dibattito recente su temi rilevanti, in particolare sugli esiti progettuali del concorso internazionale di architettura «Baricentrale», avente ad oggetto la trasformazione di un tratto centrale dell’area ferroviaria di circa 3 km di lunghezza[1], suscita qualche riflessione.

Con uno sguardo retrospettivo, le soluzioni contenute nel progetto vincitore, considerate “oggettivamente” le più valide rispetto alle alternative, al punto da superare ben due fasi selettive, si sarebbero successivamente dimostrate deboli e discutibili una volta sottoposte alla verifica del processo partecipativo, promosso dall’amministrazione dopo le prime rivendicazioni “dal basso” riferite a una piccola porzione della proposta complessiva, cioè l’area ex-Rossani[2]. Il dibattito che da quella vicenda è scaturito ha creato qualche confusione e ha contribuito a mettere in risalto un apparente pregiudizio circa la sostanziale irrilevanza dell’architettura nella produzione di qualità delle trasformazioni urbane, relegata quasi ad espressione esornativa di un capriccio estetico, quanto meno l’attribuzione di un ruolo di servizio dell’architettura rispetto ai processi partecipativi. Letto in questa accezione il sapere comune della collettività sarebbe facilmente in grado di “sussidiare” il ruolo dell’architettura, che, in tal modo, sarebbe vieppiù esautorata dal compito di contribuire a interpretare, innovare, incrementare il grado di civiltà figurativa di una società.

La questione non vuole sollevare rivendicazioni di tipo “sindacale”; semmai è il pretesto per sottolineare un problema più generale. Si tratta di affrontare il problema della partecipazione ponendosi una domanda: ha senso assoggettare un progetto di architettura a procedura partecipativa? La domanda, apparentemente provocatoria, aiuta a comunicare la necessità di una formulazione coerente del problema della partecipazione, ponendosi alcune domande e riconoscendo soprattutto che i dilemmi innescati sono tanti.

In sintesi, si tratta di capire:

a) cosa si vuole che sia la partecipazione: una semplice “parola chiave” rivelatrice della linea politica e dello stile di governo di una amministrazione? Oppure un concreto valore aggiunto da assegnare al tema della governance nei processi di trasformazione della città? La questione non è di poco conto perché richiama la rilevanza del livello di governo cui ci si riferisce: una enunciazione di principio ha certamente un significato quando è parte di una fisionomia distintiva di un partito politico; ne ha un altro completamente diverso quando il livello nel quale prendono corpo le pratiche partecipative è quello locale. In questo caso il processo partecipativo non può prescindere da una precisa definizione – concettuale, metodologica, operativa, organizzativa – che sembra essere mancata in queste prime esperienze, certamente innovative.

Se non è intesa in senso tautologico, la partecipazione è una forma di democrazia diretta, garanzia di maggiore inclusività dei diritti dei cittadini rispetto alle forme di democrazia rappresentativa. È un’attività che amplia la sfera di legittimazione delle decisioni, fornendo strumenti di stimolo alle forme di cittadinanza attiva. Il risultato è certamente quello di un incremento della democrazia – per giunta capace di rimodellare i “saperi esperti” tradizionali (architetti, ingegneri, sociologi) inserendoli in flussi di conoscenza processuali e dinamici, oltre che di riconfigurare soggetti e posizioni dominanti nel processo decisionale – riconoscendo la società non più destinataria ma protagonista delle scelte che la riguardano. Tuttavia non dice nulla sulla qualità intrinseca della decisione; la partecipazione riguarda le modalità di formazione della decisione politica, non la qualità degli esiti.

Il rischio di una deriva ideologica dello stile di governo partecipativo finirebbe per sollevare molti dilemmi e produrre più conflitti che soluzioni. Sul caso specifico della riqualificazione dell’area ex Rossani, emergono tre ordini di considerazioni:

I.è possibile che un processo partecipativo tragga origine e si sviluppi in un clima di contestazione delle scelte progettuali (e del suo autore), che è la stessa amministrazione ad aver individuato come le più idonee, per giunta in due fasi successive?

II. È legittimo che un’amministrazione “scarichi” i processi partecipativi a valle, mettendoli dunque in competizione con il lavoro di progettisti, invece che introiettarli nell’ambito del processo politico-decisionale?

III. Considerato che l’area ex-Rossani è un frammento di rango urbano-metropolitano (per dimensioni e rilevanza urbanistica è superiore al Parco 2 Giugno), è possibile che a determinarne il destino siano singoli gruppi sociali più o meno organizzati? Soprattutto, chi garantisce che quei “pezzi” di società siano legittimamente rappresentativi delle relazioni sociali, economiche, culturali, del coincidente livello di complessità urbano-metropolitano? È evidente che più alto è il livello delle relazioni coinvolte, tanto più è difficile che gli interessi diffusi riescano a cristallizzarsi in forme organizzate di pressione.

In sintesi, la pratica partecipativa è indispensabile nella definizione della decisione pubblica, ma il processo attraverso cui essa viene attivata e implementata non fornisce – e non deve fornire – esiti da tradurre automaticamente in progetti. Un progetto di trasformazione urbana non coincide perfettamente con il processo di attivazione di flussi cognitivi inseriti nell’attività di governance, di cui è certamente parte. Ciò sacrificherebbe inevitabilmente la complessità del disegno e dell’assetto spaziale complessivo, la ricucitura dei frammenti urbani coinvolti in una visione di sistema, l’adeguata interpretazione all’interno delle dinamiche metropolitane, l’inter-scalarità delle relazioni tra le parti, la lettura della profondità storica di ogni singola parte.

b) In campo urbanistico, assoggettare una ipotesi di trasformazione urbana alle procedure partecipative senza averne preliminarmente delineato i precisi contorni tecnici e metodologici, così come le fasi e i tempi, non solo non garantisce il migliore risultato, ma addirittura comporta il rischio di far percepire il processo partecipativo confuso, affetto da vaghezza, per questo destinato a suscitare forti ostilità, almeno da una parte di quella fetta di popolazione che difficilmente riesce a esprimere un protagonismo attivo nelle decisioni pubbliche (la maggioranza?).

Da processi partecipativi adeguatamente strutturati possono derivarne fondamentali incrementi cognitivi, a condizione che il governo locale si assuma la responsabilità di definirne modalità di implementazione e tempi. In merito alle modalità di implementazione, si tratta di individuare opportuni modelli e metodologie di riferimento, le forme organizzative, i soggetti e i rispettivi ruoli, ma anche il lessico di base (es: animazione sociale, partecipazione, consultazione, consenso, ecc.) il quale, a meno che non si voglia destinare il processo partecipativo a fasce di élite o a circuiti sociali determinati, spesso più interessati ad atteggiamenti rivendicativi che di vera e propria partecipazione[3], devono diventare linguaggio comune.

In sintesi, il problema di dare attenta definizione alle questioni che richiedono di essere governate è dirimente.

c) in merito ai tempi di implementazione, è certamente vero che il metodo partecipativo è un processo orizzontale, capace di legittimare la formazione generale di una visione del futuro (o dei futuri possibili) di una collettività o la predisposizione di una determinata politica urbana, indipendentemente dalla scala di riferimento (dal PUG alla riqualificazione di una piazza). In sintesi, quando è utile a tematizzare un problema urbanistico[4], magari con l’ausilio del «concorso di idee» quale strumento utile ad ampliare gli orizzonti delle possibilità da porre a fondamento di un processo partecipativo[5]. Ma tutto ciò deve avere una conclusione. All’interno delle procedure amministrative il Bando pubblico deve essere inteso come atto politico-decisionale non più negoziabile. È nel Bando che la “domanda pubblica” deve trovare il suo compimento. Esso è l’atto nel quale l’amministrazione condensa le scelte politiche e le aspirazioni della collettività, anche desunte da processi partecipativi, incanalandole entro i confini della realizzabilità tecnica. In questa fase l’amministrazione deve avere già chiari i dati di base (i criteri prestazionali, le fonti finanziarie e le soglie di auto-finanziamento, fino alla precisazione delle volumetrie che la politica urbanistica è in grado di mobilitare). Solo così l’amministrazione pubblica si dimostrerà capace di esprimere una progettualità. Ulteriori attività interlocutorie successive possono essere consentite limitatamente alla fase del progetto preliminare, purché, già abbondantemente filtrate, si limitino a forme di consultazione finalizzate a specifici contributi di natura tecnica.

A seguito di quanto fin qui descritto, che ha ovviamente solo valore di contributo alla discussione, è utile ritornare alla domanda iniziale: ha senso assoggettare un progetto di architettura alle pratiche partecipative? Ovviamente no. Sarebbe come rivolgersi a un medico e una volta che questo abbia concluso la sua diagnosi, giunga a formulare la sua anamnesi; dopodiché aspettare che il medico provveda a prescrivere la terapia per comunicargli che si ha intenzione di assoggettare alla partecipazione pubblica la sua “proposta”. Sarebbe paradossale vedere una cartella clinica al vaglio di qualche collettivo o del comitato di quartiere appositamente allestito.

Un progetto di architettura, o un progetto urbano, è una “risposta” tecnicamente definita rispetto a un problema dato. Il processo partecipativo è dunque un presupposto della soluzione progettuale, non la determina. Un processo partecipativo scarsamente strutturato può determinare pesanti contraddizioni che inevitabilmente si ripercuoteranno a valle; ciò è ancor più vero quando un’amministrazione pubblica promuova un concorso di progettazione internazionale senza considerare che i partecipanti (che siano giapponesi o neo-zelandesi, cinesi o europei importa poco) hanno consuetudine a operare sulla scala globale, dunque a confrontarsi con temi e problemi della contemporaneità in senso lato, e le cui proposte difficilmente potranno risultare pertinenti rispetto alla specifica scala locale, salvo che il Bando non li espliciti chiaramente e non fornisca, a monte, precisi quadri conoscitivi da porre a base della competizione.

Un processo partecipativo ha senso quando contribuisce a precisare la “domanda” di trasformazione. In assenza della precisione della domanda pubblica le risposte non potranno che essere deboli e confuse, rendendo evidente la debolezza del medesimo processo decisionale.

L’auspicio è che la questione sollevata possa fornire un utile contributo nel ridefinire i rapporti tra processo partecipativo e progetto di trasformazione urbana. Una siffatta ridefinizione di quel rapporto potrebbe portare qualche vantaggio alla discussione di uno dei temi di maggiore attualità: il futuro della fascia costiera a sud di Punta Perotti[6].

In conclusione, l’assenza di una strutturazione pertinente delle pratiche partecipative non solo è in grado di far emergere i rischi appena descritti, ma è per giunta capace di mettere in rilievo una insidiosa faccia nascosta. Il dark side della partecipazione è osservabile nel processo inverso della catena della decisione, cioè nei processi di empowerment[7] che si realizzano quando un soggetto collettivo organizzato, procedendo dal basso appunto, si fa promotore diretto di una ipotesi di trasformazione tecnicamente definita – o che accompagna fin dai suoi primi passi – per questo legittimandola di fatto in maniera esclusiva, non consentendo ipotesi progettuali alternative. In questo caso il ruolo della partecipazione, che per definizione è inclusiva, non può essere di mero servizio rispetto alle forme organizzate di pressione, indipendentemente dal fatto che queste pressioni siano mobilitate per esprimere il consenso o il dissenso rispetto a determinate politiche o progetti per la città.

Novembre 2015

 Ugo Cassese

______________________________________________________

Ugo Cassese, architetto, vive e opera a Bari. Si occupa di architettura e urbanistica. Nel 2005 ha conseguito il dottorato di ricerca in Politiche Territoriali e Progetto Locale presso l’Università degli Studi “Roma Tre”. 

[1] Il problema del fascio di binari che divide in due parti la città rappresenta uno dei cardini di maggiore caratterizzazione dell’agenda politica locale. La questione «Nodo ferroviario di Bari» prosegue pressoché ininterrottamente dagli inizi degli ani ’90 e denota la centralità del problema rispetto alle opzioni della riqualificazione urbana nel suo complesso. Nel 2013 si è concluso il Concorso di Progettazione denominato «Baricentrale». Per informazioni utili sull’argomento si rimanda ai seguenti link:

[2] L’area della ex Caserma Rossani è un ambito urbano significativo per la sua centralità, collocata a ridosso dell’extra-murale che costeggia a sud il fascio di binari, in corrispondenza della stazione centrale. L’area in base al PRG vigente è divisa in due parti, quella più a nord destinata a verde di quartiere, l’altra destinata a servizi per la residenza. Tuttavia, vista nella sua integrità fisica, cioè indipendentemente dalla tipizzazione urbanistica di PRG, tale ambito urbano è certamente di rango urbano-metropolitano. Sull’argomento consulta i seguenti link:

[3] In un articolo abbastanza recente apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno, a firma di Nicola Signorile, si riporta «Rossani, Fuksas a mani libere. «La partecipazione non serve» Il collettivo ex Caserma liberata contesta il contratto del Comune. Il primo acconto, 23mila euro e spiccioli … è solo un quinto di quanto Massimiliano Fuksas ha concordato con il Comune di Bari per progettare il primo stralcio dei lavori di trasformazione degli otto ettari della ex caserma Rossani. Ma quei 115mila euro totali di parcella sono già finiti nel mirino del collettivo che lo scorso 1º febbraio hanno aperto i cancelli dell’area abbandonata e hanno messo su una serie di iniziative. E hanno avviato un laboratorio di progettazione dal basso, antitetico a quello immaginato dal Comune».

[4] La tematizzazione in campo urbanistico può essere intesa come l’arte di costruire un problema attraverso una combinazione logica e integrata fra le parti interagenti con qualche elemento forte e dominante capace di esprimere una direzione all’insieme delle variabili in causa; cfr. U. Cassese, Trasformazioni a Bari. Percorsi istituzionali e dinamiche metropolitane, FrancoAngeli, Milano, 2005, pag. 135.

[5] Il Codice dei Contratti Pubblici (D. Lgs 163/2006) disciplina i Concorsi in due gradi di progettazione in due fattispecie distinte (art. 109). La prima fattispecie attribuisce solo al primo grado il valore puramente ideativo; il secondo grado ha valore di progetto preliminare. Secondo la tesi di questo contributo, un processo partecipativo dovrebbe eventualmente accompagnare – o concludersi con – il primo dei due gradi.

[6] Il dibattito sul destino del tratto di costa sud-orientale del litorale di Bari si trascina da oltre 30 anni; esplode in occasione della demolizione dei fabbricati di Punta Perotti. La particolare sensibilità politica sul tema dell’edificazione lungo costa, in generale, e, in particolare, della riqualificazione di quel tratto costiero che si spinge fino a San Giorgio, caratterizzato da costruzioni abusive e brandelli di suoli abbandonati, è stata definitivamente sancita da quella vicenda.

[7] Empowerment qui è inteso come forma di pianificazione dal basso; cfr J. Friedmann, Empowerment: The Politics of Alternative Development, Cambridge, Mass. and Oxford, Blakwell Publishers, 1992.

Riproduzione riservata.

Articoli correlati
Bari futura. Dialoghi sull'urbanistica e l'architettura della città in trasformazione
L’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Bari, di concerto con il Politecnico di Bari, prosegue i...
Dialoghi dei saperi nell'Università
Il CIRP (Consorzio Interuniversitario Regionale Pugliese), costituito nel 1995, promuove una serie d...
Danneggiata la Chapelle Notre Dame du Haut a Ronchamp
Atti di vandalismo contro la Chapelle Notre Dame du Haut a Ronchamp è quando denuncia la Fondation L...
Concorso internazionale di progettazione con strutture in legno. In palio oltre novemila euro
Marlegno Prefabricated Wooden Buildings, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Bergamo,...
Paulo Mendes da Rocha, tecnica e immaginazione
Si inaugura oggi presso La Triennale di Milano la mostra dedicata a Paulo Mendes da Rocha, a cura di...
RIGENERARE ITALIA - CONVEGNO AUDIS PER PRESENTARE IL "DOCUMENTO SULLA RIGENERAZIONE URBANA"...
Appuntamento a Modena con le principali associazioni italiane per inquadrare il futuro delle città i...
Al via la seconda edizione del progetto Ceramic Futures
From poetry to science fiction, il progetto social sulla ceramica È iniziata in questi giorni la se...
L'infinita sonorità dell'acustica
Cersaie ospita martedì 23 settembre un convegno con Higini Arau, Saturnino Celani e Lorenzo Palmeri....
Mercato immobiliare residenziale: nel primo semestre 2015 frena il calo dei prezzi
Firenze si conferma il capoluogo di regione più caro d’Italia Mercato immobiliare residenziale: n...