La meraviglia nell’architettura strutturale di Sergio Musmeci. Architettura o ingegneria?

Uno straordinario percorso di ricerca attorno alla figura dello strutturista romano, autore del Ponte sul Basento e vincitore ex-equo del primo premio per il concorso per la progettazione del Ponte sullo Stretto di Messina, realizzato da Sara Lorusso, Michele Scioscia e Vania Cauzillo per Effenove, attraverso la testimonianza di tante voci. Dalla ricerca dell’arco limite allo studio del minimo strutturale, dalle volte sottili alle forme ardite, un racconto inedito assolutamente imperdibile che Luca Biselli ha recensito per Costruzioni.net.

“Un uomo in barca”. È così che inizia “La ricerca della forma – Il genio di Sergio Musmeci“, il documentario prodotto da Sara Lorusso e Michele Scioscia, per la regia di Vania Cauzillo, realizzato dalla casa di produzioni cinematografiche di Potenza Effenove in collaborazione con il MAXXI, Consiglio Nazionale degli Ingegneri, Ordine della provincia di Potenza e Consorzio ASI. Una introduzione per così dire “navale”, quasi a sottolineare lo spirito d’avventura di Sergio Musmeci in viaggio alla scoperta dell’ignoto. Sua, infatti, la nota frase: “L’architettura, e non soltanto quella strutturale, è un campo dove oggi occorre rischiare. Chi non rischia vuol dire che sta imitando oppure ripetendo. Se si vuole invadere un campo nuovo, si deve affrontare l’ignoto“.

Questa visione dell’architettura come mestiere di esplorazione e di frontiera, “in bilico tra arte e scienza“, per citare un’altra frase tratta questa volta da “Diario di bordo” di Renzo Piano, era quanto mai supportata dal critico Bruno Zevi, che non aveva avuto alcuna esitazione a sottolineare l’importanza di Musmeci non tanto nel panorama della cultura tecnica, quanto piuttosto in quella architettonica del proprio tempo. In questo senso, aveva riconosciuto in lui una espressione della riunificazione tra la figura dell’ingegnere e quella dell’architetto, che da due secoli ormai e tranne in casi eccezionali, procedevano su binari separati.

Il documentario è un’opera fondamentale per recuperare l’interesse per la figura di questo poliedrico ingegnere romano (1926-1981), non solo in Italia, ma nel mondo.

Progettista e studioso, laureatosi in Ingegneria Civile e poi Aeronautica presso l’università di Roma, era anche musicista e appassionato di astronomia, filosofia e navigazione. La cultura italiana del tempo lo perse proprio nel momento in cui stava ricevendo i primi riconoscimenti per la sua attività di progettista innovativo e creativo. Oggi ci si potrebbe giustamente domandare quale avrebbe potuto essere il suo contributo alla crescita dell’ingegneria e dell’architettura nel mondo, accanto ad altri ingegneri creativi, fra i quali, ad esempio, l’irlandese Peter Rice.

Il racconto si sviluppa intorno al tema dell’indagine della forma, che occupò l’intera attività creativa e progettuale di Sergio Musmeci.

Il metodo narrativo si avvale di diversi piani visivi, comunicanti e trasparenti, per mostrare una ricerca volta principalmente alla ottimizzazione strutturale e materiale e solo di conseguenza estetica.

Si inizia dalle parole dei familiari, il fratello Alberto e il figlio Paolo, accompagnate da brevi commenti scritti della moglie, Zenaide Zanini, architetto e collaboratrice, per proseguire con i racconti di numerosi studiosi, dal critico Bruno Zevi, all’ex assistente Carlo La Torre, da Margherita Guccione, direttrice del MAXXI di Roma, al prof. Alessandro Brodini e all’architetto Gerardo Sassano, sino ad arrivare alla voce stessa di Musmeci, recuperata da una intervista d’epoca (1978).

All’inizio della narrazione, Alberto Musmeci mostra i disegni del fratello Sergio dedicati alla particolare congiunzione tra Terra e Marte e ricorda la loro comune passione per l’astronomia, che non potendosi concretizzare presso l’Osservatorio Montemario di Roma, li aveva costretti a “ripiegare” sull’ingegneria. La passione per le stelle, per l’ignoto, è anche sottolineata da Carlo La Torre, che spiega la modalità assolutamente creativa con la quale Musmeci teneva le sue lezioni presso la Facoltà di Architettura di Roma, iniziando dallo studio del movimento dell’astronave toroidale rotante del film “2001-Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick. Paolo Musmeci racconta aneddoti riguardanti gli esperimenti creativi del padre che mescolava vernici, per cercare forme astratte da mettere a confronto con quelle delle galassie e ricorda la sua collezione di oggetti dalle forme naturali, straordinarie, ma sono soprattutto le parole dirette di Musmeci a spiegare il suo stesso lavoro.

In questa intervista, che sembra quasi farlo rivivere, si spiegano alcuni dei suoi ponti mai realizzati, tra i quali il progetto di ponte sull’Autostrada del Sole (concorso di progettazione a cui partecipò appena laureatosi) finalizzato alla ricerca dell’arco limite, il Ponte sul Lao in Calabria, basato su un traliccio formato da elementi tutti in compressione e il Ponte Tor di Quinto a Roma, le cui membrane a “V” preludono al successivo progetto realizzato, il Ponte sul Basento a Potenza, il vero protagonista del documentario. A questa intervista sono sovrapposte immagini tridimensionali iper-realistiche, realizzate in computer grafica 3D, che illustrano animazioni dei ponti, spiegandone la forma, rendendo viva ed esplicita la voce di Musmeci.

Il crescendo della narrazione si articola proprio sul progetto del Ponte sul Basento, a detta dello stesso Zevi, “unico al mondo” non solo al tempo, ma, azzardiamo a sostenere, anche al giorno d’oggi, tanto da essere stato recentemente candidato ad essere inserito nel Patrimonio Mondiale Unesco.

Alberto Brodini, in riferimento a questa struttura, spiega la lungimiranza che Musmeci ebbe nell’essere uno dei precursori dell’odierno Form Finding, cioè di quel processo di ricerca della forma ottimale di una struttura architettonica, con elementi in pura compressione o trazione, grazie ai metodi computazionali e parametrici di recente applicazione.

All’epoca, le possibilità di calcolo numerico al computer non erano facilmente accessibili ad un utilizzo quotidiano e pertanto Musmeci aveva elaborato metodi sperimentali semplici, quali lo studio del comportamento di superfici di soluzioni saponate e membrane di gomma in tensione per studiare la forma del ponte, sino a perfezionarle con metodi numerici manuali. In questo, la sua ricerca potrebbe essere considerata un perfezionamento e un avanzamento dell’approccio sperimentale di Otto Frei e Heinz Isler.

Felice Carlo Ponzo, professore all’Università della Basilicata, sottolinea che i metodi di calcolo manuali di Musmeci sono stati recentemente confermati da metodi numerici al computer. L’approccio innovativo di Musmeci, che egli stesso definiva come ricerca del “minimo strutturale“, si basava quindi su una sperimentazione iniziale da “bottega artigianale”, come forse direbbe Renzo Piano, inventando poi egli stesso criteri di calcolo non solo delle tensioni, ma anche delle forma, capovolgendo i principi a fondamento della Meccanica-Statica. Quindi Musmeci non riteneva le tensioni incognite. La forma strutturale, frutto di diverse condizioni al contorno, variabile a seconda del contesto, era l’incognita da determinare. Secondo le sue stesse parole, un bravo ingegnere strutturale non calcola forme assegnate, ma assegna forme“.

Quando il Ponte viene illustrato allo spettatore tramite foto d’epoca, sia durante le sue fasi realizzative in cantiere, sia oggi, mediante riprese con droni, semi-nascosto (invece di essere collocato al centro di un parco lungo il Basento, come da progetto originale) le emozioni sono molteplici. Un ponte che sembra “nascere” e non sembra per nulla artificiale.

Se si cercasse all’interno de “L’atlante delle emozioni umane”, di Tiffany Watt Smith, la sensazione più appropriata per descrivere al meglio questa straordinaria struttura, tra le molteplici emozioni spesso peculiari di determinate culture, ne emergerebbe una che le accomuna tutte e che potrebbe pienamente descrivere ciò che si prova: la meraviglia.

Il ponte, infatti, costituito da una membrana equicompressa in cemento armato di soli 30 cm di spessore (cioè una forma ottenuta dallo studio di una membrana in tensione, le cui tensioni sono invertite di segno), sembra essere una creatura vivente, organica, leggera, in simbiosi con il paesaggio, la cui sorprendente e unica forma, strutturalmente esplicita, denuncia il suo ruolo statico di supporto dell’impalcato stradale, comunicandolo direttamente all’osservatore.

Meraviglia, insomma, è l’emozione che si prova di fronte al Ponte sul Basento di Musmeci, ma anche verso altri progetti non realizzati, come il dimenticato, ma non meno straordinario, progetto per il Ponte sullo Stretto di Messina, ulteriormente apprezzato da Zevi che gli valse il primo premio ex-equo per il sistema strutturale escogitato.

Il documentario si conclude con la considerazione sulla differenza tra diverse concezioni di modernità in architettura: l’essere alla moda o il rappresentare la modernità del proprio tempo, sottolineando quanto Musmeci fosse un illustre esponente della seconda concezione.

Si potrebbe erroneamente ritenere che questo documentario, premiato nella categoria “Engineering” allo SCI-DOC European Science TV and New Media Festival and Awards di Lisbona, possa rappresentare uno sguardo nostalgico verso questo progettista. Invece, lo scopo potrebbe essere proprio quello di costituire un “driver of change” per un cambio di paradigma nelle costruzioni. I progettisti, dagli architetti agli ingegneri, i costruttori e in particolare gli enti che commissionano opere pubbliche potrebbero certamente trarre ispirazione dalla straordinaria forza creativa di Musmeci, della quale il ponte di Potenza rappresenta solo un esempio, essendo lo studio della sua opera progettuale ancora poco noto. L’intero archivio Musmeci è stato donato infatti dalla famiglia al MAXXI di Roma e pertanto c’è da aspettarsi che futuri ricercatori ne porteranno alla luce gli insegnamenti.

Osservando l’opera di Musmeci è impressionante pensare che, al termine degli anni Sessanta, ci potessero essere committenze e imprese così lungimiranti dal produrre opere infrastrutturali architettoniche tanto ardite e visionarie. Il Consorzio per lo Sviluppo Industriale, sotto la presidenza del commendator Gino Viggiani aveva commissionato a Musmeci la progettazione di un ponte così ardito, proprio per rappresentare una eccellenza architettonica per la città di Potenza. Una committenza, insomma, che ha anticipato di alcuni decenni la visione in base alla quale le architetture iconiche sono importanti elementi di rinnovamento dei tessuti urbani e non solo.

Se si considera che la maggior parte delle infrastrutture di collegamento odierne, non solo in Italia, ma nel mondo intero, si esprime attraverso ponti e viadotti spesso prefabbricati, basati su schemi statici trilitici (trave su due appoggi), a luce molto ridotta e con notevole impatto sul paesaggio, ci si augura che siano proprio i progettisti, ingegneri e architetti, ispirati da questo documentario, a voler superare le tradizionali barriere culturali verso l’innovazione nelle costruzioni, per affinare la propria sensibilità alla forma, non solo dettata da economia dei materiali e dei costi produttivi, ma anche dall’estetica.

Quest’ultima, infatti, sembra da decenni una caratteristica progettuale dimenticata nell’ingegneria strutturale, tanto che la ricerca della forma viene guardata, nei rari casi in cui al progettista sia permesso di avvicinarvisi, quasi come una sospetta e non necessaria generatrice di spesa.

Quando ci si approssima alla progettazione architettonica e strutturale, come nel paradosso degli architetti inglesi Chris Wilkinson e Jim Eyre, nel loro “Bridging art and science”, alla domanda: “Is it architecture or engineering?“, la risposta dovrebbe essere: “Yes“.

Luca Biselli

Luca Biselli è ingegnere edile e designer architettonico. Vive e lavora a Londra. Dopo una esperienza internazionale che spazia tra Italia, Regno Unito, Australia e Cina diventa “Associate” presso lo studio Sadler Brown Architecture. In parallelo alla sua attività di progettista, con particolare interesse alla tematica della forma e del concept design, si occupa di divulgazione di pensiero critico in occasione di eventi culturali nel campo dell’architettura e della tecnologia, destinati al pubblico e di attività di tutoring presso università di architettura nel Regno Unito.

immagini: © Effenove 2018.

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