Il ponte Madonna la Stella di Gravina di Puglia

 

Il ponte di Gravina o dell’acquedotto è un’opera di ingegneria idraulica settecentesca che si inserisce nel solco di ammodernamento delle infrastrutture del Regno voluto da Carlo III di Borbone. Le prime notizie, tuttavia, si rinvengono in un atto notarile del 1686, anno in cui un evento sismico compromise la stabilità di una fabbrica preesistente. Nel 1722 questa struttura crollò. Nel 1743 ebbe inizio, su progetto dell’ingegnere Giuseppe Di Costanzo, la costruzione di un nuovo ponte, che terminò nel 1750. A questa fase seguì una seconda, tra il 1778 e il 1781. Nel 1855 un’alluvione danneggiò gli archi che portavano l’acqua alle fontane collocate alle estremità della strada. Nel 1860 il ponte fu messo in sicurezza mediante la posa in opera di tiranti metallici. Nel 2012 il club Unesco di Gravina di Puglia ha candidato il viadotto come Luogo del Cuore al VI censimento promosso dal FAI, Fondo Ambiente Italiano, ottenendo il tredicesimo posto in classifica. La candidatura è stata sostenuta, fra gli altri, anche dall’ex ministro per i beni e le attività culturali Massimo Bray. Attualmente il Ponte di Gravina di Puglia è terzo nella classifica nazionale I Luoghi del Cuore promossa dal FAI Fondo Ambiente Italiano.

Il Ponte della Gravina o Ponte dell’Acquedotto è un’elegante struttura ad archi, alta 37 metri, lunga 90 metri e larga 5,5 metri, edificata per permettere l’attraversamento del torrente Gravina – anticamente detto Crapo – e consentire ai fedeli di raggiungere la chiesa rupestre della Madonna della Stella. Non è nota la data della sua costruzione, ma risale probabilmente alla seconda metà del XVII secolo. Fonti storiche ne attestano l’esistenza nel 1686[1], anno in cui il ponte divenne instabile a causa di un sisma. Il crollo avvenne definitivamente durante il terremoto del 1722. A ordinarne la ricostruzione intorno alla metà del Settecento furono quindi gli Orsini, antica famiglia romana che dal XV secolo[2] aveva a Gravina uno dei suoi rami più rilevanti e che annovera tra i suoi esponenti papa Benedetto XIII (1649-1730), nato proprio nel feudo pugliese dal duca Ferdinando III e da sua moglie Giovanna Frangipani della Tolfa.

Il duca di Gravina, Domenico Amedeo Orsini[3] fu il patrocinatore e l’anticipatario di una somma di 24.785 ducati che servivano per finanziare l’opera costata alla fine 37.353 ducati. Gli Orsini propugnarono altresì la trasformazione del ponte in acquedotto al fine di portare sotto le mura della città le acque delle sorgenti Sant’Angelo e San Giacomo.

La costruzione[4] del ponte, iniziata nel 1743 su progetto dell’ingegnere Giuseppe Di Costanzo, prevedeva una muratura continua, in opus quadratum[5], scandita da una doppia fila di archi poggianti su piloni quadrangolari, costituiti da conci di roccia calcarenitica cavata in loco e contrafforti laterali. La prima fase si concluse nel 1750.

A partire dal 1778 presero il via nuovi lavori di rifacimento e completamento che si protrassero fino al 1781. La struttura da subito fu interessata da problemi di funzionalità, tanto che si resero necessari i primi interventi di manutenzione e ripristino delle condutture che proseguirono poi fino alla sua dismissione dall’approvvigionamento idrico quando si costituì l’Acquedotto Pugliese.

La struttura sulla quale poggiava la condotta dell’acqua che collegava le due fontane, ancora oggi esistenti ai due lati del ponte, era costituita da venticinque archi disposti lungo la spalliera. A causa dell’alluvione dell’agosto del 1855, questi archi furono gravemente danneggiati e, poiché pericolanti, furono sostituiti da una spalliera in tufo. Nel 1860 vennero effettuati interventi di consolidamento e di restauro con la messa in opera di tiranti in ferro e di un selciato rustico di protezione.

Il ponte attualmente è percorribile e misura 120 metri. Alle estremità presenta due parapetti di altezza differente: 1.50 metri quello settentrionale e 3.00 metri quello meridionale[6].  

Sulla sommità del parapetto più alto era impostata la condotta idrica, lunga circa 130 metri, che trasportava l’ acqua dalla Fontana della Stella al lavatoio. La sorgente che alimentava l’acquedotto è una scaturigine, da cui fuoriesce l’acqua con scarso carico idraulico, in prossimità della quale si individuano due vasche di raccolta, in cui confluiscono centodue bocche di captazione e dalle quali si diparte una condotta idrica. Un’ultima vasca di decantazione convoglia direttamente l’acqua nella conduttura dell’acquedotto che consta di due canalette larghe 15 cm, con un setto di separazione alto circa 10 cm. L’uso della doppia canaletta pare sia stato introdotto per una questione di praticità durante i lavori di manutenzione, in modo tale che una potesse essere chiusa mentre l’altra veniva ripulita, così da non privare la popolazione dell’acqua durante i lavori[7].

La struttura portante è in parte scavata direttamente nella roccia calcarenitica, in parte costruita con blocchi dello stesso materiale. L’acqua veniva trasportata a pelo libero lungo tutto il percorso interno alla costruzione e convogliata in canalizzazioni in buona parte ancora funzionanti. Il tratto di condotta idrica che si trovava sul parapetto più alto funzionava in pressione. La struttura sotterranea è costituita da ambienti voltati, a tratti scavati nella roccia, a tratti realizzati mediante conci calcarenitici e malta. Lungo tutto il percorso sono riconoscibili dei pozzi di pulizia con le caratteristiche pedarole[8], usate per l’ispezione e l’ingresso[9]

La soluzione infrastrutturale realizzata a Gravina di Puglia si inserisce nel solco del programma di ammodernamento del Regno voluto da Carlo III di Borbone e proseguito da suo figlio Ferdinando IV.

(a cura di Gioacchino Leonetti, Caterina Rinaldo e Laura Villani)

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Bibliografia:

Mori, E., L’Archivio Orsini. La famiglia, la storia, l’inventario, Viella, 2016, Roma.

Storia della Puglia. 2 Dal Seicento a oggi, Massafra, A., Salvemini, B., (a cura di), Editori Laterza, 2014, Bari.

Viterbo, M., La Puglia e il suo Acquedotto, Editori Laterza, 2010, Bari.

Il ponte settecentesco orsiniano della Madonna della Stella, in Passeggiando con la storia, Massari G., (a cura di), Gravinalife.it 12.09.2019.

Vitruvio, De Architectura, Libro VIII, Franca Bossalino (a cura di), Edizioni Kappa, 2002, Roma.

Adam, J.,P., L’arte di costruire presso i romani. Materiali e tecniche, 1988, Longanesi. pp. 257-298.

[1]Figura in un atto notarile del 1686.

[2]Il primo duca di Gravina fu un prefetto di Roma, Francesco Orsini (m. 1456), il cui fratello Carlo originò a sua volta la linea di Bracciano. Le linee di Gravina e di Bracciano – quest’ultima divenuta nel Cinquecento la più prestigiosa e ricca della famiglia – si ricongiunsero tramite matrimonio nel XVII secolo.

[3] Nacque a Napoli il 5 giugno 1719 da Ferdinando Bernualdo Filippo Orsini, XIV duca di Gravina e dalla sua seconda moglie, Giacinta Marescotti-Ruspoli e morì a Roma il 10 gennaio 1789. Nel 1734 succedette al padre alla guida della famiglia e divenne XV duca di Gravina.

[4] Il costruttore e «fontanaro» era Pasquale Mancini, mentre sovraintendenti e garanti erano il dottor De Tommaso e l’ingegnere Barba.

[5]La tecnica costruttiva dell’opus quadratum era usata nell’Etruria e nel Lazio nei tempi più antichi. Si trova nei territori a fondo tufaceo perché questa roccia si presta meglio del calcare a essere tagliata in forma di blocchi parallelepipedi e disposta secondo piani uniformi.

[6]Il ponte settecentesco orsiniano della Madonna della Stella, in Passeggiando con la storia, Massari G., (a cura di), Gravinalife.it, 12.09.2019.

[7] Ibidem.

[8]Si tratta di nicchie utilizzate per la discesa e la risalita dai pozzi.

[9] Passeggiando con la storia cit.

Tutti le parti citate sono proprietà dei rispettivi autori.

Immagini tratte da FAI Fondo Ambiente Italiano.

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