Piano, piano. The Art of Making Buildings. La mostra di Renzo Piano a Londra

di Luca Biselli

[foto di copertina: © RPBW – ph. Chiara Casazza]

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Uno, due, tre … quattro!

Non si tratta di un conto alla rovescia per uno scatto durante una corsa, ma del numero di visite che sono state necessarie a chi scrive per immergersi (letteralmente), nel mondo del Renzo Piano Building Workshop (RPBW).

Al contrario di una corsa, per comprendere l’architettura di Piano attraverso la mostra “The Art of Making Buildings”, allestita presso la Royal Academy of Arts di Londra, occorre procedere per passi … piano, piano, appunto, «pezzo per pezzo» (per citare alcune parole dal video di Thomas Riedelsheimer che accompagna l’evento londinese).

Fuori dalla mostra, la trafficatissima Piccadilly Road. Dentro, un luogo dove il pensiero, la riflessione, l’invenzione e la creatività, trasportano i visitatori in un altro mondo: quello che Piano ama da sempre definire una “bottega“. È necessario prepararsi ad una sorta di slow food architettonico, in cui prendere il tempo necessario per apprezzare adeguatamente le prelibatezze dell’architettura del suo studio, lasciando da parte il caos della città e dei social network o qualsiasi altra distrazione.

In linea con questo pensiero della lentezza, della riflessione concettuale e dello studio del contesto, nulla è lasciato al caso. Organizzati su tavoli quadrati, circondati da sedie da regista, i lavori sono esposti in modo da dare la possibilità al visitatore di comprendere, riflettere, approfondire e appropriarsi, magari, di qualcosa del processo progettuale: la tecnica grafica di un disegno, il modo di elaborare un modello architettonico, un dettaglio costruttivo, un concetto astratto che ha dato forma a una composizione architettonica preliminare oppure semplicemente il modo creativo di approcciarsi a un problema…

Le opere del RPBW, selezionate per la mostra, partono dai primi passi sperimentali tecnologici-geometrici-strutturali di Renzo Piano, per attraversare l’evento del Centre Pompidou a Parigi con Richard e Su Rogers (evento sia per i tre giovani architetti di allora, che per la storia dell’architettura contemporanea) per giungere a forme complesse e con aspirazioni architettoniche più ampie, civiche potremmo dire, estese a intere parti di città, per favorirne la rinascita urbana. Un esempio, lo Stavros Niarchos Foundation Cultural Centre ad Atene, elemento di ricucitura della capitale con l’area di Kallithea.

© Luca Biselli 2018

Il metodo della “bottega” di Piano, contrariamente a molta dell’architettura iconica contemporanea basata principalmente su una concezione produttiva assimilabile ad una catena di montaggio fordiana, è quello adoperato da un umanista dalla spiccata profondità intellettuale. Il fine di molta dell’architettura odierna, costruita secondo questo modello organizzativo, è rappresentato quasi sempre dall’efficienza e dal profitto (per lo studio, il cliente e i costruttori), per poi finire celebrata su riviste patinate, ma non sempre conduce a un risultato architettonico pensato e in contesto con l’esistente, al contrario di quanto si coglie nel lavoro del RPBW in questa mostra.

Sebbene sia considerato uno dei grandi esponenti del High-Tech movement in architettura, Piano rifugge dalla considerazione del suo ruolo di architetto tecnico, talvolta associato addirittura alla figura di un ingegnere, prediligendo un percorso al confine tra arte e scienza, tra l’essere umanista e un costruttore. Come scrisse nel suo “Diario di bordo“: “la tecnologia è come l’autobus. Se ti serve per andare dove vuoi tu, lo prendi: se fa un’altra strada, no“.

Questa apparente esemplificazione del processo ideativo che porta alla realizzazione costruttiva, suggerisce, come si può ben vedere nei progetti illustrati alla Royal Academy, una prevalenza del pensiero concettuale e della riflessione sul contesto, innanzitutto, nel processo progettuale, poi nell’approfondimento della tecnologia costruttiva, mediante lo studio di modelli e prototipi in scala, in un’ottica che si potrebbe definire “integrale”, esattamente come accade nella progettazione nautica tanto cara all’architetto genovese. Una umanizzazione della tecnica che adotta un approccio poetico e una sensibilità che considera sia la funzione che l’ispirazione. Ne sono esempi, tra i progetti esposti, il Jean-Marie Tjibaou Cultural Centre in Nuova Caledonia, che prende ispirazione dalla cultura dei villaggi Kanak dell’arcipelago, re-interpretata in chiave moderna, in cui si esplora l’interazione tra venti e padiglioni, per creare la ventilazione passiva del centro culturale e quella strana e inaspettata creatura che si insinua in maniera discreta in un angolo storico di Parigi, diventando la Pathè Foundation.

© Luca Biselli 2018
© Luca Biselli 2018

Per apprezzare la mostra occorre dunque seguire il concetto del “piano, piano”, per passi, proprio come l’architettura di Renzo Piano viene concepita e realizzata. Sedersi al tavolo, spostarsi da una sedia all’altra, avere il tempo di comprendere ogni singolo disegno, grafico, fotografia, pianta, che abbia portato all’edificio finale, sembra rendere l’osservatore stesso parte del processo progettuale. L’emozione di girovagare tra modelli e prototipi costruttivi sospesi, ascoltare suoni, osservare disegni, è la stessa che si prova quando si è bambini e ci si approccia alla realtà con estrema ingenuità e curiosità. Questa stessa curiosità è bene impressa sul volto dei visitatori, negli sguardi sorpresi degli studenti che, attratti in modo quasi magnetico da questi progetti, provano a riprodurre nei loro taccuini, disegnando, quello che più li colpisce.

© David Parry / Royal Academy of Arts

Ma c’è una sorpresa, che, secondo chi scrive, potrebbe, anche da sola, rappresentare l’intera vista della mostra ed è l’isola.

L’isola è una idea tanto semplice, quanto sorprendente, esibita nella voluta oscurità di una delle tre sale che ospitano la mostra, in posizione centrale. Un concetto utile per mostrare 102 progetti del RPBW (sia quelli costruiti, che quelli non ancora realizzati), in scala, messi uno accanto all’altro, disposti in una immaginaria collocazione geografica a forma di isola, appunto. Proprio mentre le parole dell’architetto genovese scorrono in sottofondo, quest’isola può lasciare a bocca aperta.

Se è già emozionante osservare singolarmente i progetti di Piano, la visione unitaria, la possibilità di apprezzare quanto un architetto e i suoi collaboratori abbiano saputo creare nell’arco di diversi decenni, tra progetti tanto innovativi quanto diversi l’uno dall’altro (senza mai un linguaggio architettonico prestabilito tipico delle archistar, ma al contrario, ben in relazione con il “genius loci”), offrono un punto di vista totalmente nuovo e inaspettato.

© RPBW – ph. Stefano Goldberg

Alcuni potrebbero ricordare le parole che Renzo Piano pronunciò in occasione del discorso alla sua premiazione tenuto al Pritzker Architecture Prize nel 1998, definendosi «un esploratore alla Robinson Crusoe su un’isola».

Tuttavia, quest’isola, sembra rappresentare, implicitamente, oppure per assonanza, qualcosa di più astratto.

L’impressione che si può avere, guardando nel suo insieme l’isola con le sue architetture, è quella di una sorta di tributo alla creatività umana, all’intelligenza e all’immaginazione, un mondo nel quale le idee sono tutte già descritte e concepite e manchi soltanto l’opera dell’architetto per trasmigrarle nella realtà fisica dell’isola.

Sembra facile a dirsi, ma tutto questo, a dispetto dei fautori dell’architettura dei click e push and pull su computer, dei rendering accattivanti o di coloro che finalizzano l’architettura al BIM, prima ancora di aver compreso cosa si stia in realtà progettando, è avvenuto appunto “piano, piano”…

Il neuroscienziato Lamberto Maffei, come introduzione al suo libro “Elogio della lentezza”, partendo dal noto detto latino “festina lente” (affrettati lentamente), commenta la figura allegorica di una tartaruga con vela visibile nella sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, dipinta dal Vasari per Cosimo I de Medici. Questa figura intendeva rappresentare la convinzione di Cosimo I di quanto fosse necessario pensare e riflettere con prudenza, prima di agire. Questo studio sulla lentezza intende ricentrare l’affermazione del pensiero razionale, critico e per definizione più lento, rispetto a quello istintivo, più veloce, relativo alla sopravvivenza immediata, proprio dal punto di vista delle neuroscienze. Sia nella pratica professionale architettonica, che nell’insegnamento accademico, sembra, invece, che ormai da anni prevalga quest’ultimo tipo di pensiero, in linea con l’attuale modello economico per il quale “il tempo è denaro” e che le reazioni ad un problema progettuale avvengano trascurando un ragionamento attento, critico e ben meditato. Tanto che la possibilità di pensare e di riflettere criticamente su quanto si sta facendo rappresenti ormai un costoso e ridondante concetto da “vecchia scuola”.

C’è allora da domandarsi che cosa ci sia di sbagliato nel seguire questo modus operandi, da vecchia scuola, se il risultato è, secondo Richard Rogers, che Renzo Piano sia “senza dubbio uno dei più grandi architetti contemporanei”, con quasi centocinquanta collaboratori tra gli uffici di Parigi, New York e Genova.

Sedetevi ai tavoli, dunque, e provate ad assaporare il piacere del fare architettura tramite un metodo nel quale la creatività e il ragionamento prendono il loro tempo e non sono solo retorica intellettuale per riempire le riviste patinate di architettura, ma il passo iniziale di un robusto percorso progettuale.

Luca Biselli è ingegnere edile e designer architettonico. Vive e lavora a Londra dopo una esperienza internazionale che spazia tra Italia, Regno Unito, Australia e Cina. In parallelo alla sua attività di progettista, con particolare interesse alla tematica della forma e del concept design, si occupa di divulgazione di pensiero critico in occasione di eventi culturali nel campo dell’architettura e della tecnologia, destinati al pubblico e di attività di tutoring presso università di architettura nel Regno Unito.

inglese

Piano, piano…

Renzo Piano: The Art of Making Buildings. Exhibition at the Royal Academy of Arts in London

by Luca Biselli

One, two, three…four!

This is not a countdown during a running race, but the number of visits that were necessary for who is writing to dive (literally), in the world of the Renzo Piano Building Workshop (RPBW).

In contrast to a running race, to understand Renzo Piano’s architecture through the exhibition “The Art of Making Buildings“, staged at the Royal Academy of Arts in London, you need to proceed by steps … “piano, piano” (slowly, slowly), to be precise, “piece by piece” (to quote a few words from the video by Thomas Riedelsheimer accompanying the London event).

Outside the exhibition, the busy Piccadilly Road. Inside, a place where thought, reflection, invention and creativity, transport visitors to another world: what Piano has always loved to call a “bottega” (workshop). It is necessary to prepare yourself for a sort of architectural slow food, in which to take the necessary time to adequately appreciate the delicacies of the architecture of his studio, leaving aside the chaos of the city and social networks or any other distraction.

In line with this thought of slowness, of conceptual reflection and of the study of the project context, nothing is left to chance. Organized on square tables, surrounded by director’s chairs, the works are exposed in such a way to give the visitor the opportunity to understand, reflect, deepen and appropriate, perhaps, something of the design process: the graphic technique of a design, the way of elaborating an architectural model, a constructive detail, an abstract concept that has given shape to a preliminary architectural composition or, simply, the creative way of approaching a conceptual challenge…

The RPBW projects, selected for the exhibition, start from Renzo Piano’s first technological-geometric-structural experiments, to cross the Pompidou Centre event in Paris with Richard and Su Rogers (event both for the three young architects, at the time and for the history of contemporary architecture) to arrive at complex forms, with wider, civic architectural aspirations, we could say, extended to entire parts of cities, to promote urban rebirth. One example is the Stavros Niarchos Foundation Cultural Centre in Athens, re-linking the capital with the Kallithea area.

The method of Piano’s “bottega”, contrary to much of contemporary iconic architecture, based mainly on a production workflow that can be assimilated to a Ford’s assembly line, is that used by a humanist with a marked intellectual depth. Aim of much of contemporary architecture, built according to this Ford’s organizational model, is almost always represented by efficiency and profit (for the studio, the client and the builders), and then ends up celebrated in glossy magazines, but does not always lead to an architectural result well thought through and in a real dialogue with the existing context, contrary to what is seen in the work of the RPBW in this exhibition.

Although he is considered one of the great pioneers of the High-Tech movement in architecture, Piano avoids the consideration of his role as a technical architect, sometimes even associated with the figure of an engineer, preferring a path on the border between art and science, between being a humanist and a builder. As he wrote in his “Renzo Piano. Logbook”: “technology is like the bus. If you need to go wherever you want, you take it: if it goes another way, you don’t.”

This apparent exemplification of the creative process, leading to construction, suggests, as can be seen in the projects illustrated at the Royal Academy, a prevalence of conceptual thinking and reflection on the context, first of all, in the design process, then in the deepening of the construction technology, through the study of scale models and prototypes, from a viewpoint that can be defined as “integral design”, exactly as it happens in nautical design, so familiar to the Genoese architect. A humanization of technology that adopts a poetic approach and sensitivity that considers both function and inspiration. Among the projects on show are the Jean-Marie Tjibaou Cultural Center in New Caledonia, inspired by the culture of the Kanak villages of the archipelago, reinterpreted in a modern key, in which the interaction between winds and pavilions is explored, to create the passive ventilation of the cultural centre and that strange and unexpected creature that discreetly insinuates itself in a historical corner of Paris, becoming the Pathè Foundation.

To appreciate the exhibition, it is therefore necessary to follow a “piano, piano” approach to the exhibition, step by step, just as Renzo Piano’s architecture is conceived and created. Sitting at the table, moving from one chair to another, having the time to understand every single design, graphic, photograph, plan, which led to the final building, seems to make the observer part of the design process. The thrill of wandering between suspended models and construction prototypes, listening to sounds, observing drawings, is the same as when one is a child and one approaches reality with extreme ingenuity and curiosity. This same curiosity is well impressed on the visitors’ faces, in the surprised looks of the students who, attracted in an almost magnetic way by these projects, try to reproduce in their notebooks, by drawing, the one that most strikes them.

But there is a surprise, which, according to who is writing, could, even by itself, represent the whole view of the exhibition and this is the “island”.

The island is a simple, yet, surprising idea, exhibited in the planned obscurity of one of the three rooms that host the exhibition, in a central position. A useful concept to show 102 projects by RPBW (both those built, and those not yet realized), in scale, placed next to each other, arranged in an imaginary geographic location in the form of an island. While the Genoese architect’s words run in the background, this island can leave you speechless.

If it is already exciting to look at Piano’s projects individually, the look to the whole production and the opportunity to appreciate how much an architect and his collaborators have been able to create over several decades, projects as innovative as different from one another (without, ever, a pre-established architectural language typical of the archistars, but, on the contrary, well related to the “genius loci”), offer a totally new and unexpected point of view.

Some may remember the words that Renzo Piano pronounced during the speech at his award ceremony held at the Pritzker Architecture Prize in 1998, calling himself “an explorer like Robinson Crusoe on an island”.

However, this island seems to represent, implicitly or by assonance, something more abstract.

The impression you can have, looking at the island as a whole with its architecture, is that of a sort of tribute to human creativity, intelligence and imagination, a world in which the ideas are all already described and conceived, lacking only the architect’s efforts to finally be transformed in the physical reality of the island.

It seems easy to say, but all of this, in spite of the proponents of the architecture of clicks and push and pull on the computer, of the attractive renderings or of those who finalize the architecture to BIM, even before understanding what they are actually planning to design, happened “piano, piano” indeed…

The neuroscientist Lamberto Maffei, in his forward to his book “Eulogy of slowness”, starts with the well-known Latin saying “festina lente” (hurry slowly), placed on the allegorical figure of a turtle with sail, visible in the “Sala dei Cinquecento” of Palazzo Vecchio in Florence, painted by Vasari for Cosimo I de Medici. This figure intended to represent the firm belief that Cosimo I had, that it is always necessary to think and reflect cautiously, before acting. This study on slowness intends to focus on the re-affirmation of the supremacy of rational thought and critical thinking, which are slower, by definition, on the instinctive and faster way of thinking, relative to immediate survival, from the point of view of neuroscience.

Both in professional architectural practice and in academic teaching, it seems, instead, that this last type of thought has been prevailing over the years, in line with the current economic model for which “time is money” and that the instinctive reactions leading to the solution of a design challenge occur by neglecting careful, critical and well thought out reasoning. So much so that the ability to think and reflect critically on what someone is doing is now considered an expensive and redundant “old school” concept.

Someone should then wonder what is wrong by designing with “modus operandi”, if the result is, according to Richard Rogers, that Renzo Piano is “without doubt one of the greatest contemporary architects”, with almost one hundred and fifty collaborators between the offices of Paris, New York and Genoa.

So, please, sit down at the tables and try to enjoy the pleasure of doing architecture through a method in which creativity and reasoning take their time and are not just intellectual rhetoric to fill glossy architectural reviews, but they are the fundamental initial step of a robust design path.

Luca Biselli

Luca Biselli is an architectural engineer and architectural designer. He lives and works in London, after an international experience that spans between Italy, United Kingdom, Australia and China. In parallel to his work as a designer, with particular interest in the theme of form and concept design, he deals with the dissemination of critical thinking at cultural events in the field of architecture and technology for the public. He has lectured and tutored at several universities of architecture in the United Kingdom.

Renzo Piano. The art of making buildings

An exhibition designed by

Royal Academy

In collaboration with Renzo Piano Building Workshop and Fondazione Renzo Piano.

Team

Renzo Piano Building Workshop and Fondazione Renzo Piano:

Renzo Piano, Giorgio Bianchi, Shunji Ishida, Milly Rossato Piano.

With

Chiara Bennati, Stefania Canta, Chiara Casazza, Lorenzo Ciccarelli, Nicoletta Durante, Giulia Giglio, Andrea Malgeri, Elena Spadavecchia.

And

Mehdi Cupaiolo, Philippe Goubet, Antonio Porcile, Giuseppe Semprini, Nicola Serpico.

 

The Island of the Royal Academy

Design

Renzo Piano, Shunji Ishida, Andrea Malgeri.

Production

Andrea Malgeri

with

Fausto Cappellini, Gino D’Elia e Manzo Srl.

And

Eugenia Dottino, Giovanna Langasco, Dimitri Lange, Deborah Ombra, Francesco Terranova, Cristiano Zaccaria.

Fragrance

Giovanna Zucconi (Serra&Fonseca), Nicola Bianchi (perfumer).

Gerberette

Design

Renzo Piano, Giorgio Bianchi, Alvaro Paya Piqueras, Giuseppe Semprini.

Production

Maxspar srl Genova

Musical conception and Electroacoustic Compositions

Stefano Cavazzini

Interactive sound player’s hardware and software design

Corrado Cristina

‘Renzo Piano: The Art of Making Buildings’ exhibition at the Royal Academy of Art, London (15 September 2018 – 20 January 2019 | 10am – 6pm daily (last admission 5.30pm).

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